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lunedì 28 dicembre 2009

Che la festa cominci!

"Il sole calava dietro i boschi di Forte Antenne portandosi via tutti i colori, ma grazie alla sapiente arte del direttore della fotografia Kim Doo Soo i boschi e le praterie del parco si erano trasformati in una foresta incantata. Proiettori da diecimila watt mimetizzati nella vegetazione allargavano di una luce innaturale i tronchi ricoperti di licheni argentati, i funghi e le rocce verdi di muschio. Una nebbia bassa e densa, creata dalle macchine fumogene, copriva il sottobosco e i prati dove branchi di gnu, stambecchi e alci brucavano. Migliaia di led luminosi sparpagliati sulla prateria si accendevano e si spegnevano come sciami di lucciole. (...)
Tutto lì era suo. Dai pini secolari alle edere infestanti, fino all'ultima formica.
Lo avevano insultato, deriso, gli avevano dato del pazzo megalomane, del cafone arricchito, del ladro, ma lui non aveva dato retta a nessuno. E alla fine aveva vinto. Erano tutti venuti a corte a rendergli onore. (...)
"Come ti senti?". Lui finì il bicchiere e se lo gettò alle spalle: "Come l'ottavo Re di Roma"."


L'italietta dell'impunità e delle veline, dei calciatori strapagati e dell'apparenza fine a se stessa. Del cattivo gusto e dei drammi sepolti, della ricerca di un senso. L'italietta dove evasione, speculazione e illegalità diventano valori. Una grande festa. Bello l'affresco di Niccolò Ammaniti. Vi consiglio:
"Che la festa cominci", di Niccolò Ammaniti, ed. Einaudi StileLibero.

Quasi finito di leggere... Ma già consigliabile: una grottesca e iperbolica storia in cui un po' torna il vecchio Ammaniti, un po' irrompe un Ammaniti straordinariamente moderno e irriverente. Peccato che l'analisi della società contemporanea non affondi nel profondo, ma si limiti a navigare sulla cresta delle onde... Si cerca un senso... A breve un post di resoconto...

mercoledì 25 marzo 2009

Riflessione

Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.
Italo Calvino

lunedì 22 settembre 2008

Uhlman e un piccolo capolavoro... e due riflessioni

Consigliato da Giulio un mesetto fa, ho letto "L'amico ritrovato" di Fred Uhlman. Consiglio veramente prezioso.
Un libro delicato e preciso. Una storia autobiografica apparentemente semplice, ma su cui si intrecciano, con sapiente mescolanza, diversi temi e diversi mondi. Un ragazzo nuovo in classe. L'adolescenza. L'amicizia. La Germania degli anni trenta. Due strade che si fanno una, per poi dividersi per sempre...
Non voglio dirvi nient'altro della storia. E' un libro che si legge in pochissimo tempo, ma poi sedimenta e cresce... Solo alcune brevissime riflessioni.
C'è un passaggio sulla Religione e sul concetto stesso di "credere" e "fede" che colpisce veramente. Da una parte mi ha riportato a riflessioni di tempo fa, dall'altra mi ha stimolato a rivedermi. "Non restavano che due alternative: o Dio non c'era o esisteva una divinità che era mostruosa nel caso fosse stata potente e inutile se non lo era"... "E hai ancora il coraggio di giustificare l'accaduto perché sei troppo pavido per vivere senza il tuo Dio?". Domande vere. Domande sincere. Fastidiose per chi crede. Si, fastidiose. A una domanda del genere molti hanno affanno per cercare una risposta, pochi per vivere questo dubbio.
Sull'ebraismo e, direi, "sull'essere ebrei" troviamo una riflessione che io condivido molto. E' posta come discussione tra un ebreo (padre del protagonista) e un altro ebreo sionista. "Mio padre detestava il sionismo, che giudicava pura follia. La pretesa di riprendersi la palestina dopo duemila anni gli sembrava altrettanto insensata che se gli italiani avessero accampato dei diritti sulla Germania perché un tempo era stata occupata dai Romani. Era un proposito che avrebbe provocato solo immani spargimenti di sangue, perché gli ebrei si sarebbero scontrati con tutto il mondo arabo. E comunque cosa c'entrava lui, che era nato e vissuto a Stoccarda, con Gerusalemme?". Molti (anzi quei pochi che stanno leggendo) saranno già sobbalzati sulla sedia a leggere questa affermazione: ecco che si nega il diritto di Israele ad esistere, ecco l'antisemitismo mascherato da razionalismo, ecco il relativismo cosmico! Un momento. Fermi. Io sono per il sacrosanto diritto di esistere per Israele dal momento che le attuali condizioni storiche hanno determinato la presente situazione. Oggi dire che Israele non debba esistere è fuori dal mondo. Fare però una riflessione storica (non politica) su Israele non credo sia tragico. Come dire che mi fa schifo quello che ha fatto Sharon credo non sia un'eresia.
Torniamo alla nostra storia... Il sionista accusa il padre del protagonista di essere "prodotto tipico dell'assimilazione". Il padre risponde: "Si, è vero. E cosa c'è di male? Io voglio identificarmi con la Germania e sarei uno dei più accaniti sostenitori dell'integrazione completa degli ebrei se fossi sicuro che questo potesse costituire un vantaggio per il nostro paese".
Questa riflessione la condivido, anche se non nell'ottica nazionalista o patriottica. Certo che leggerla detta da un ebreo alla vigilia di ciò che si è consumato in Germania fa rabbrividire... E fa capire come gli ebrei non fossero stati una cricca chiusa e esclusiva di affaristi, ma uomini e donne, cittadini e cittadine, che peraltro hanno dato un grandissimo contributo alla cultura del paese.
Ho voluto fare queste due riflessioni su due temi difficili. Sono stato rapido, incompleto e superficiale. Me ne scuserete. Per il resto, non voglio dirvi altro di questo libro... Che, oltre alle riflessioni che ho fatto, ha il suo punto di forza nel legame tra i due amici, che vi lascerò scoprire. Grazie a Giulio per il consiglio.

domenica 13 luglio 2008

Ferengi

"Soprattutto sono gli incubi. Li sente arrivare perché hanno un suono che li annuncia, ed è quello del silenzio improvviso che c'è prima di un temporale. Un silenzio sospeso, che riempie le orecchie e strazia i nervi nell'attesa del rumore che verrà.
Il rumore è un urlo aggrovigliato come il miagolio di un gatto".

Lucarelli, col suo piccolo racconto "Ferengi", ci consegna uno scrigno denso di sentori e sentimenti, attimi e prospettive, e ci fa volare di parola in parola nelle più diverse parti della nostra memoria o del nostro sentimento.
E' un racconto così: che ti trascina dalla sabbia incandescente ad un ricordo poetico, dalla rabbia alla comprensione, dall'eutanasia all'entusiasmo, dall'avventura alla tristezza... E tutto tramite un piccolissimo album che te lo puoi vedere in mano, come fosse accanto a te, davanti a te, durante la breve lettura.
E in tutto questo Aster, la ragazza. E in tutto questo storie di finti eroismi, di palesi tradimenti, di versi abbandonati, di lingue e corazze, viaggi e sonnolenze, vecchiaia e dolore.
Può anche sembrare strano che in pochissime piccolissime paginette di un piccolissimo libro si possano addensare, nel quadro di una semplice storia gialla (che proprio gialla poi non è), tale miriade di aspetti. Eppure è così.
Senza volervi svelare nulla, ve ne consiglio la lettura... Con qualche verso di un autore molto famoso, che poi capirete perché...

"La morte, raggiungila con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo e tutti i peccati capitali".

martedì 8 luglio 2008

Letture di CortidiCarta... Veronesi e Colaprico

Col Corriere della Sera stanno uscendo, per il secondo anno consecutivo, i "Corti di Carta". Sono librettini piccoli, praticamente dei racconti, di scrittori italiani viventi. Ve li consiglio: sia per conoscere qualche autore nuovo, sia per leggere rapidamente un bel racconto. Per adesso ne ho letti due, il primo ed il terzo. Colaprico e Veronesi. Il secondo lo conoscevo, il primo no.
Sandro Veronesi racconta, nel suo "Il ventre della macchina", della mania dell'accendino. Dopo anni di accendini usa e getta, il protagonista entra in possesso di un accendino bellissimo che ben presto diventa feticcio d'ossessione... Il protagonista non aveva mai avuto un accendino così perché aveva "orrore di dedicare tempo ed energie alla materia inerte, sotraendone ai miei pensieri di portata ultraterrena" e aveva "il terrore di ritrovarmene schiavo, e senza che la mia dedizione venisse riconosciuta o ricompensata". Viaggio psicologico dentro il consumismo e qualcosa d'altro... Più va avanti, più il racconto perde brillantezza... Ad essere sincero, da Veronesi mi aspettavo di più. Comunque è solo un bel raccontino...
Piero Colaprico, invece, mi ha sorpreso col suo "Scala C". Raccontino giallo fatto veramente benissimo, alla faccia mia che i gialli non mi appassionano. Infatti questo librettino bianco mi ha portato fino alle quattro di notte (con tanto di lucetta in mano) con conseguente difficoltà al risveglio la mattina seguente, ma questa è un'altra storia. Un nonno racconta al nipote la storia di un arresto rocambolesco. Notte, Milano, anni settanta, carabinieri, casa popolare, un matto, una scomparsa, la portinaia... E una pallina da tennis. Tutti gli ingredienti per 94 paginette avvincenti, con qualche notazione bella... Come questa, a proposito del casermone popolare: "Le notizie dell'omicidio (...) non suscitavano grandi reazioni, come se ogni appartamento fosse una barca in mare aperto" perché, come si dice qualche pagina prima, "più passa il tempo, più la gente chiude il mondo fuori dalla propria porta".
Insomma... Pochi soldini (2€ l'uno) ben spesi... E mi resta ancora da leggere il secondo di Lucarelli.

mercoledì 2 luglio 2008

Un borghese piccolo piccolo...

Mi ero promesso di leggere "Un borghese piccolo piccolo" dopo l'incontro con Vincenzo Cerami a Poggibonsi, durante la scorsa campagna elettorale. Ho iniziato e mi sono reso conto fin dalle prime pagine di avere tra le mani un piccolo capolavoro.
Giovanni e Mario sono padre e figlio. Simboli e allo stesso tempo personaggi fisici, unici. Si tratteggia, pagina dopo pagina, un'Italia corporativista e chiusa, vista dagli occhi di un impiegato del Ministero. Un'Italia dove contano gli ossequi, la deferenza, il saper stare al proprio posto.
Il nostro borghese piccolo piccolo ha servito per anni lo stato, in silenzio. Senza pretendere. Ha mandato per anni persone in pensione, ne ha esaminato documenti e referenze. E tra poco gli toccherà archiviare anche la propria di pensione.
Ma c'è una speranza: il figlio Mario. E solo per questo, per la virtuale realizzazione di sé, Giovanni si muove, non sta più al suo posto... Il figlio deve progredire, deve avere successo: "farai strada, quant'è vero Iddio... Un giovane in gamba per davvero pensa solo al suo avvenire, nient'altro che a quello e lascia che gli altri si impicchino".
Vincenzo Cerami è geniale ad introdurre gli elementi di rottura della storia: la Massoneria, la morte tragica del figlio e quella della moglie, la vendetta del borghese piccolo piccolo... La cronaca nera entra prepotentemente nella storia di vita di Giovanni e questo viene descritto con un linguaggio asciutto, diretto, immediato, cinematografico.
Cerami non si abbandona a facili moralismi, a tirare le somme, a giudicare... Giovanni e quello che questi rappresenta si squadernano davanti a noi e ci fanno provare rabbia, pena, compassione, rassegnazione. E alla fine, quando Giovanni guarda quel caffé che d'ora in poi berrà tante volte, Cerami ci fa guardare dentro noi stessi: con ansia ci rivoltiamo come un calzino fin dentro l'animo, col terrore di trovare dentro di noi quel borghese piccolo piccolo.

domenica 11 maggio 2008

La gabbianella e il gatto... Da un bellissimo romanzo ad un film carino

La Gabbianella e il Gatto. Un bellissimo romanzo di Luis Sepulveda, che leggevo tanti anni fa, ha dato origine ad un film che in parte mantiene le promesse della carta stampata. Non eccezionale la storia dei topi, superflua. Il romanzo è romantico, delicato e poetico. Tutto questo viene mantenuto nel rapporto tra Zorba e Fortunata, nel gruppo dei gatti e in Pallino e Fortunata... Un cartone che disegna bei peluches. Guardatelo. Anzi, leggetelo. Poi, semmai, guardatelo.

martedì 6 maggio 2008

Senso di vuoto?

"I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto".
Giacomo Leopardi
(dallo Zibaldone, 527, 19 gennaio 1821)

domenica 4 maggio 2008

Discorso di Pericle.

Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci é stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci e’ stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che é giusto, e di ciò che é buonsenso.
Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicita sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versastilità la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é per questo che la nostra città é aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!

venerdì 18 aprile 2008

A proposito...

“Quelli cittadini che appetiscono onore e gloria nella città sono laudabili ed utili, pure che non la cerchino per via di sètte e di usurpazione, ma con lo ingegnarsi di essere tenuti buoni e prudenti, e fare buone opere per la patria; e Dio volessi che la repubblica nostra fussi prima di questa ambizione. Ma perniziosi sono quelli che appetiscono per fine suo la grandezza, perché chi la piglia per idolo non ha freno alcuno, né di giustizia, né di onestà, e farebbe uno piano di ogni cosa per condurvisi”.
Ricordi di Francesco Guicciardini

mercoledì 12 marzo 2008

Tre pensieri di Leopardi...

Sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina.
Chi non ha uno scopo non prova quasi mai diletto in nessuna operazione.
È curioso a vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito.

venerdì 22 febbraio 2008

Venerdì

"E' la mancanza di partecipazione popolare a lasciare campo libero a chi del potere abusa. E' il silenzio al quale il pubblico è costretto a impedire alle persone di unirsi ad altre per cercare, con uno sforzo collettivo, di restituire alla ragione il suo ruolo di mediatore tra la ricchezza e il potere. Se il pubblico si limita a guardare e ad ascoltare, senza aver voce in capitolo, l'intero esercizio democratico diventa una farsa".
Al Gore, da "L'assalto alla Ragione"

giovedì 21 febbraio 2008

Una lettura inutile

Era da tanto tempo che volevo leggere quel famoso romanzo-scandalo del 2003: "Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire". Pensavo di trovarci la difficile condizione dei ragazzi oggi, la difficoltà dei sentimenti e della propria storia di vita... Pensavo di avvincermi in una storia che pure aveva venduto tantissimo... Invece, niente di tutto questo. Un pessimo diario dal punto di vista letterario: sprazzi di buona scrittura si trovano al massimo in tre o quattro passaggi. I registri del diario sono disaccordati e di fatto ci sono molte forzature per mantenere l'unità narrativa. Gli stessi racconti delle varie pagine di diario non sembrano affatto scritti dopo una certa esperienza, ma paiono racconti in presa diretta. Di fatto, il romanzo-diario è una falsa-autobiografia sessuale, peraltro scarsamente credibile. Manca una unità di racconto e la trama è banale e scontata. Una specie di romanzo di formazione settecentesco cui però manca tutto quello che non riguardi l'aspetto sessuale. Alcuni hanno tentato il confronto col De Sade: niente di più sbagliato. Di De Sade manca praticamente tutto, compresa la capacità narrativa. Peccato. Mi aspettavo ben altro. Invece, mi interessa il tema de "In nome dell'amore", ultimo e terzo romanzo della giovane scrittrice siciliana. Ha venduto pochissime copie, ma il tema è interessante. L'unica scusante per l'autrice, che pure manifesta sprazzi di buona letteratura, è l'utilizzo del romanzo fatto da media e case editrici: un caso letterario. E basta. Insomma, lettura inutile e sconsigliata. Vediamo però l'ultimo libro.

lunedì 4 febbraio 2008

Treno della memoria: val d'Elsa-Auschwitz 2008

« Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. »

(Elie Wiesel, tratto da La notte. Wiesel fu rinchiuso ad Auschwitz all'età di 16 anni)



5 Febbraio 2008-9 Febbraio 2008

Treno della Memoria

val d'Elsa-Auschwitz



Domani parto per Auschwitz sul treno della memoria. Novantasei ore in viaggio, di cui quarantotto in treno, per non dimenticare. Per cercare di far attecchire bene il seme della memoria, del rispetto e del civismo. Per poter poi veicolarlo. Un momento importante per tutte le seicento persone coinvolte.


« ... Dopo 20 minuti al massimo non si vedeva più alcun movimento. Il tempo richiesto dal gas per fare effetto variava da 5 a 10 minuti, a seconda se il clima era umido o asciutto, freddo o caldo. Dipendeva anche dalla qualità del gas, che non era mai la stessa, e anche dalla composizione del gruppo: se erano giovani o vecchi, in salute o malati... »

Rudolf Hoss (Vi consiglio l'impressionante autobiografia di quest'uomo: "Comandante a Auschwitz" -metto qui sotto tutte le info)

Ecco le info del libro: Hoss Rudolf, Comandante ad Auschwitz, Einaudi tascabili saggi, €10,20, ISBN: 8806173847, acquistabile via internet: http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-hoss_rudolf/sku-12091599/comandante_ad_auschwitz_.htm
Il blog, quindi, tornerà ad aggiornarsi il prossimo fine settimana.
Buona settimana a tutti.
Il post su "Diario" (il terzultimo) è pubblicato oggi e invita ad un'acquisto intelligente... Guardate...

mercoledì 19 dicembre 2007

"L'Italia Spensierata" di Piccolo

Agile e bel volume. L'intellettuale si immerge nel mondo "comune", nel luogo comune italiano. In pochi agili capitoli si narra l'epopea (triste) nazionale vista dall'occhio di chi da quell'epopea è sempre volutamente stato fuori. E si narra le reazioni dell'intellettuale. Narrazione fresca e ironica, riflessioni interessanti... Piccolo si avventura nello studio televisivo di "Domenica In", tra tanta gente e gente che poi non conterà nulla... Però ci crede... Vola a Mirabilandia tra attrazioni e file chilometriche... Sosta in due autogrill in un giorno di esodo in cui quasi viene sospettato d'essere terrorista per il tempo che vi sta... Visita il cinema il 26 dicembre a vedere uno di quei film di DeSicaecompagnia (e a essere sincero mi son reso conto che non ne ho mai visto uno, eppure li odio come vi fossi cresciuto assieme!)... In quest'ultima impresa, Piccolo non regge l'urto del malinteso film. (Ho messo troppe reticenze, ora la smetto!). Il libro in definitiva è davvero da leggere, anzi da "provare" perché ci si può rendere conto di quanto sia vicino eppure lontano il mondo "della massa", che poi è anche quello di ognuno di noi per definizione. Soprattutto il libro fornisce spunti interpretativi di questi fenomeni. Due soli appunti. Il primo è che a volte si rischia di "mitizzare" la "massa" (che già dal nome mitica è) dagli occhi dell'intellettuale; insomma, il fatto che la gente "sia felice" di stare all'autogrill o di fare le code a Mirabilandia credo sia molto ma molto opinabile. Senza considerare che Piccolo dimentica quanta frustrazione, difficoltà, litigiosità si nasconda dietro quella "famiglia modello" italiana che lui incontra all'autogrill o al parco giochi. Quanto la dissimulazione della propria condizione stia alla base di quell'apparente idillio. E come quell'idillio spesso non ci sia nemmeno in vacanza... Insomma, la realtà è più triste di quanto la dipinga Piccolo. Almeno dal mio punto di vista. E credo che faccia bene Piccolo a criticare quell'approccio intellettualistico che pone "al di sopra" di questi eventi, però l'autore non tiene in conto che (almeno questo vale per me) ci si può sentire "diversi" senza sentirsi superiori. Secondo appunto (e ultimo): non ho proprio capito il finale sulla notte bianca a Roma. L'ho riletto tre volte. Poi ho elaborato almeno quattro interpretazioni plausibili. Non so se è perché ero stanco, o perché è davvero di difficile interpretazione... Mi riservo di rileggerlo tra qualche giorno, altrimenti vi proporrò il testo per un'interpretazione... In definitiva, comunque, è un libro da leggere assolutamente: divertente, scorrevole, intelligente, pungente, bello davvero. E lasciate stare che mi piace raccontare più quel che non mi sta bene di quello in cui concordo...

mercoledì 21 novembre 2007

Nell'anniversario della nascita di Voltaire un passo del Candide

Scusate la lunghezza del post, di sicuro di difficilissima lettura. E' un passaggio del Candido in cui Voltaire, esagerando per esemplificare, ci insegna la libertà di pensiero. E se ci pensate bene anche d'azione. Ci insegna a diffidare delle celebrazioni obbligatorie, e dell'essere felici di ciò di cui è felice la maggioranza. Ci insegna ad essere indipendenti nei giudizi e nelle valutazioni, con l'obbligo però di conoscere approfonditamente ciò che si critica. Oggi, che si celebra e si critica senza conoscere, credo sia una bella lezione. Quindi, un po' di sforzo, e una letturina a questo passaggio. Ah, se poi qualcuno non avesse letto il Candido, ve lo consiglio vivamente: uno dei più brillanti libri mai scritti. Breve, rapido, intenso, costruttivo... Ce ne è anche una bella edizione a fumetti. Comunicherò riferimenti bibliografici che ora non mi vengono in mente.

Visita al signor Pococurante, nobile veneziano

- Si parla, dice Candido, d'un certo senatore Pococurante che abita in quel bel palazzo sulla Brenta, che è tanto compito co' forastieri. Si pretende che questo sia un uomo che non abbia mai provata tristezza. - Io vorrei vedere una specie sì rara, dice Martino
Candido manda immediatamente a chiedere al signor Pococurante la permissione di visitarlo il giorno appresso. Candido e Martino andarono in gondola sulla Brenta, ed arrivarono al palazzo del nobil Pococurante. I giardini erano di buon gusto, ed ornati di belle statue di marmo, e il palazzo di bellissima architettura. Il proprietario del luogo, uomo di sessant'anni, molto ricco, ricevè con molta compitezza i due visitatori, ma con altrettanta freddezza, il che sconcertò Candido, e non dispiacque punto a Martino.
Tosto due belle ragazze, portarono la cioccolata, che avean fatta bene spumare. Candido non potè fare a meno di lodare la loro bellezza, la loro grazia, la loro attività. - Queste sono buonissime creature, disse il senatore Pococurante; non mi dispiacciono perchè sono stufo delle:. dame della città, per le loro civetterie, per le loro contese, per i loro capricci, per il loro orgoglio, per le loro bassezze, per lo loro pazzie, e per i sonetti che bisogna fare, o far fare per loro. Ma anche queste due ragazze cominciano ad annojarmi.
Candido dopo la colazione passeggiando in una lunga galleria, fu colpito dalla bellezza de' quadri; dimandò di quale artista erano i due primi. - Son di Raffaello, disse - il senatore; li comprai a caro prezzo per vanità, anni or sono: si dice che non vi è cosa più bella in Italia, ma a me non piacciono niente affatto; il colore è cupissimo, le figure non son bene arrotondate, e non risaltano abbastanza; il panneggiamento non somiglia punto a un panno insomma, checchè se ne dica, io non vi trovo una vera imitazione della natura: a me non piacerà un quadro se non allora che vi vedrò la natura medesima: di questa: specie non ve ne sono: io ho molti quadri, ma non li guardo mai.
Pococurante, aspettando il desinare, si fece eseguire un concerto; a Candido parve la musica graziosissima - Questo suono, dice Pococurante, può divertire per una mezz'ora, ma se dura di più annoja tutti, sebbene nessuno ardisca di confessarlo: la musica oggigiorno non è altro che un'arte di eseguir cose difficili, e ciò che è solamente difficile, a lungo andare piace. Io avrei forse maggior piacere all'opera se non si fosse trovato il secreto di farne un mostro, che mi fa stomacare: vada chi vuole a veder delle cattive tragedie in musica, ove le scene non son fatte che per introdurre male a proposito due o tre ariette ridicole che fanno valere il gorgozzulo d'un'attrice; si intenerisca di piacere chi vuole, o chi può, vedendo un castrato trillare sulla parte di Cesare, e di Catone, e passeggiare goffamente sul palco; per me, io ho rinunziato da gran tempo a tali leggerezze, che fanno la gloria oggigiorno del teatro italiano, e che son pagate da' sovrani a carissimo presso.
Candido contese un poco su questo, ma con discrezione, e Martino fu interamente del sentimento del senatore.
Si misero a tavola, e dopo un eccellente desinare entrarono nella biblioteca. Candido, vedendo un Omero magnificamente legato, lodò l'illustrissimo, sul suo buon gusto. - Ecco, dic'egli, un libro che era la delizia del gran Pangloss, il miglior filosofo dell'Alemagna. - Non è già la mia, risponde freddamente Pococurante: mi si diede ad intendere in passato, che io provavo piacere a leggerlo, ma quella ripetizione continua di combattimenti che sempre si rassomigliano, quegli Dei che agiscon sempre per non concluder nulla, quell'Elena ch'è il soggetto della guerra che appena comparisce sulla scena, quella Troja che si assedia, e non si prende mai, tutto mi cagionava una noja mortale: io ho dimandato qualche volta ad alcuni letterati se s'annojavano come me in quella lettura: i più sinceri mi han confessato che il libro cadeva lor dalle mani, ma che bisognava per altro averlo nella biblioteca, come un monumento dell'antichità, e come quelle medaglie rugginose, che non sono buone a spendersi.
- Vostr'Eccellenza non penserà così di Virgilio, dice Candido. - Io convengo, risponde Pococurante, che il secondo, il quarto e il sesto libro della sua Eneide sono eccellenti: ma per quel suo pio Enea e il forte Cloante, e l'amico Acate, e il piccolo Ascanio, e il melenso re Latino, e la villanzona Amata, e l'insipida Lavinia, io non credo che vi sia niente di più freddo, e di più disaggradevole; stimo meglio il Tasso, e le fandonie dell'Ariosto, sebbene sonniferi da fare dormire uno in piedi.
- Signore, disse Candido, non avete un gran piacere a leggere Orazio? - Vi sono delle massime, risponde, Pococurante, dalle quali un uomo di mondo può ricavar del profitto, e che, essendo raccolte in versi, che hanno molta forza, s'imprimono più facilmente nella memoria; ma io fo pochissimo caso, del suo viaggio a Brindisi, e della sua descrizione di un cattivo desinare, e della contesa de' facchini tra un certo Rupilio, le cui parole, dic'egli, erano piene di marcia, ed un altro le cui parole erano aceto; io non ho letto, che con infinito disgusto i suoi versi grossolani contro le vecchie, e contro le streghe, e non so qual merito possa egli avere per dire al suo antico Mecenate che se fosse stato da lui aggregato alla schiera de' poeti lirici, avrebbe colla sua fronte sublime dato di cozzo alle stelle. I pazzi ammiran tutto, in un autore stimato; io non leggo che per me, e non ho piacere se non a quel che mi aggrada.
Candido, ch'era stato educato a non giudicar cosa alcuna da per sé stesso, era molto stupefatto di ciò che sentiva, e Martino trovava la maniera di pensare di Pococurante assai ragionevole.
- Oh, ecco un Cicerone, dice Candido, io credo che vostr'eccellenza non lascerà punto di leggere cotesto grand'uomo. - Io non lo leggo mai, risponde il Veneziano: che m'importa ch'egli abbia difeso la causa di Rabirio o di Cluenzio? Ne ho d'avanzo de' processi da giudicare; mi sarei adattato a leggere le sue opere filosofiche, ma quando mi son accorto che ei dubitava di tutto, ho concluso che io ne sapeva quanto lui, e che non avevo bisogno d'alcuno per essere ignorante.
- Oh, ecco là ottanta volumi di raccolte d'un'accademia di scienze, dice Martino, può essere che in quelle vi sia del buono. - Ve ne sarebbe, risponde Pococurante, se un degli autori di coteste bagatelle avesse inventato almen l'arte di far delle spille; ma non v'è in tutti que' libri che vani sistemi, e niuna cosa utile.
- Quante opere di teatro io vedo là! dice Candido, in italiano, in spagnuolo, e in francese. - Sì, osserva il senatore. Ve ne son tremila, ma non ve ne saran tre dozzine delle buone. Quelle raccolte poi di sermoni, che tutti insieme non vagliono una pagina di Seneca, e tutti que' gran volumi di teologia, credetelo, non si aprono mai, né da me né da alcuno.
Vide Martino degli scaffali carichi di libri inglesi. - Io credo, diss'egli, che un repubblicano abbia ordinariamente ad aver piacere di cotesti libri, scritti liberamente. - Sì, rispose Pococurante, è bello scrivere ciò che si pensa, ed è questo un privilegio dell'uomo: in tutta la nostra Italia non si scrive se non quel che non si pensa. Coloro che abitano la patria di Cesare, e degli Antonini non osano aver un'idea, senza la permissione di un domenicano. Io sarei contento della libertà che inspirano gl'ingegni inglesi, se la passione, e lo spirito di partito non corrompesse totalmente ciò che quella preziosa libertà ha di stimabile.
Candido scorgendo un Milton gli dimandò se considerava quell'autore per un grand'uomo. - Chi? dice Pococurante, quel barbaro che fa un lungo commentario, in dieci libri di versi duri, del primo capitolo della Genesi, quel grossolano imitator de' Greci, che disfigura la creazione, e che mentre fa da Mosè rappresentar l'Ente increato che produce il mondo con una parola, fa prendere un gran compasso dal Messia, in un armadio del cielo, per disegnar la sua opera? Io dovrei forse stimar colui che ha guastato l'inferno e il diavol del Tasso: che Trasforma Lucifero ora in gigante, e ora in pigmeo: che gli fa ribattere cento volte i medesimi discorsi: che lo fa disputare sulla teologia, che imitando seriamente l'invenzione comica dell'armi da fuoco dell'Ariosto, fa sparare il cannone nel cielo da' diavoli? Né io, né alcun altro in Italia ha potuto trar piacere da queste triste stravaganze; e il maritaggio del peccato colla morte, e i serpi che partorisce il peccato, non fanno vomitare ogni uomo che ha il gusto un poco delicato? Quel poema oscuro, bizzarro e disgustevole fu schernito fin dalla sua nascita, ed io lo tratto oggi come lo fu nella sua patria da' contemporanei; del resto, io dico ciò che penso, e curo pochissimo che gli altri pensino come me.
Candido era mal soddisfatto di que' discorsi; egli rispettava Omero, ed amava Milton. - Ahimè, diss'egli sottovoce a Martino, io ho ben paura che quest'uomo abbia un sommo disprezzo per i nostri poeti alemanni. - Non vi sarebbe gran male, dice Martino. - Oh che uomo superiore! dicea pur Candido fra' denti. Che spirito è questo Pococurante! Non può niente piacergli.
Dopo di aver fatta così la rivista di tutti i libri, discesero nel giardino; Candido ne lodò tutte le bellezze. - Io non so di cattivo gusto, disse il padrone: noi abbiam qui delle figurine, ma dopodomani voglio farvene porre d'un disegno più nobile.
Allorchè i due visitatori si furono licenziati da sua eccellenza, Candido chiese a Martino:
- Voi dunque converrete meco, che quello è il più felice di tutti gli uomini, perché è al di sopra di tutto ciò che possiede.
- E non vedete voi, rispose Martino, che di tutto ciò che possiede egli è disgustato? Platone disse, molto tempo fa, che i migliori stomaci non son quelli che rigettano tutti gli alimenti.
- Ma, disse Candido, non è un piacere a criticar tutto? A trovar de' difetti, dove gli altri uomini credon vedere delle bellezze?

lunedì 5 novembre 2007

Terrorismo... due riflessioni

"Dobbiamo considerare il terrorismo come una forma di azione non solo politica ma anche simbolica. Il terrorismo è un tipo particolare di performance politica. Esso sparge sangue – letteralmente e figurativamente – facendo uso dei fluidi vitali sue vittime per gettare un impressionante ed atroce schizzo sulle tele della vita sociale. Non mira solo ad uccidere ma nell'uccisione, e attraverso essa, mira a esprimersi in modo drammatico. Nei termini di Austin [1962], il terrorismo è una forza illocutiva che mira ad ottenere un effetto perlocutivo. (cap. IV, p. 198)
Con l'avvio dell'«età del terrore» [Talbot e Chanda 2002], il potere di iniziare la fase più nuova del ciclo contrappuntistico si è spostato da Occidente a Oriente. Ma la messa in scena non è mutata. Il terrorismo islamico è un'espressione drammatica, la reazione occidentale ad esso un drammatico fraintendimento. Queste sceneggiature, islamica e occidentale, alimentano sequenze iterative di performance scorrette. A meno che il ciclo non venga interrotto, esso metterà a repentaglio le prospettive di stabilità sociale e comprensione internazionale e, per molte sfortunate persone, lo stesso diritto alla vita. (cap. IV, p. 219) "
Jeffrey Alexander, La costruzione del male. Dall'Olocausto all'11 settembre, traduzione di Marco Solaroli, il Mulino, 2006

martedì 18 settembre 2007

Bisogno di spiritualità: da Gibran

"La tenerezza e la gentilezza non sono segni di debolezza e di disperazione, bensì manifestazioni di forza e determinazione"
"Chi di noi presta ascolto all'inno del ruscello quando parla la tempesta?"
"Il migliore fra gli uomini è colui che arrossisce quando lo lodi e rimane in silenzio quando lo diffami".
"Chi ha bisogno di incitamento per fare una azione nobile non riuscirà a farla mai".
"E' strano che la virtù mi procuri solo danni mentre la malvagità non mi abbia mai recato svantaggi. Eppure persevero entusiasta nella virtù".

lunedì 14 maggio 2007

"Aspetta te stesso" di Walter Veltroni...

Ho letto il breve racconto di Walter Veltroni, uscito col Corriere della Sera sabato scorso. Un racconto breve, però intenso. Un ragazzo in piena adolescenza, alla ricerca di se stesso. Un ragazzo figlio di un italiano ed una peruviana, i cui genitori si sono separati, che si incammina difficilmente alla vita. Lo stile ricorda molto "la scoperta dell'alba", anche nella scelta di utilizzare un diario. Fa piacere che, ogni tanto, un "politico" non parli per sentito dire, ma scriva per quello che sente... Dote rara, oggi come oggi.
Consigliatissimo.
(scrivo solo questo perché, per una riflessione più ampia sul racconto, dovrei svelare il finale...)