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domenica 27 marzo 2011

Montemaggio: per non dimenticare

Oggi una bellissima e sentita celebrazione dell'anniversario dell'eccidio di Montemaggio. Sono intervenuti con partecipazione il Sindaco di Colle di val d'Elsa Paolo Brogioni e il Presidente della Provincia di Siena Simone Bezzini. Ha concluso l'orazione di Enrico Rossi: un discorso vibrante e forte, che è riuscito a cogliere quel nesso profondo tra chi più di sessanta anni fa, proprio in quel luogo, ha perso la vita, e la necessità anche oggi di prendere parte, impegnarsi, avere il coraggio di sognare e di cambiare le cose. Enrico Rossi ha preso ad esempio i provvedimenti della Regione Toscana tesi a garantire assistenza medica, vitto ed alloggio a chi si trova nella nostra regione, citando l'articolo 2 della nostra Costituzione.

A chi non era presente, vi consiglio di leggere l'intervento di oggi che vi ripropongo qui sotto (fonte: regione Toscana):


"Signori Sindaci, Ex partigiani e combattenti, Associazioni Antifasciste, Autorità presenti, Signore e Signori, voglio portarvi il saluto di tutta la Toscana e ringraziarvi per l’invito a celebrare con voi il 67° anniversario dell’eccidio di Montemaggio.


Questa ricorrenza è l’occasione per ricordare il senso di avvenimenti che hanno segnato il nostro Novecento; un dovere di attenzione e riflessione che non è celebrativa, ma politica e morale. Ed è giusto farlo perché lì stanno le radici della Repubblica democratica, della Costituzione e della libertà, del nostro vivere civile".


Il nome di Montemaggio evoca uno dei fatti più spietati della ferocia fascista ed una delle pagine della ribellione giovanile antifascista in provincia di Siena. Il 28 Marzo 1944, a Montemaggio, furono uccisi 19 giovani partigiani. Due furono uccisi nelle prime ore di quel 28 Marzo 1944 a “Casa Giubileo”, la colonica dove avevano trovato rifugio i componenti del distaccamento partigiano che aveva tentato uno scambio per liberare alcuni prigionieri politici detenuti nelle carceri di Siena. La colonica fu assalita da militi della Guardia Nazionale Repubblicana durante il rastrellamento ordinato dal Commissario del fascio di Siena.


Dopo l’attacco e la resa dei partigiani di fronte alla forza preponderante degli assalitori, quello stesso 28 Marzo del ’44, tutti i prigionieri furono uccisi dai fascisti. Qui caddero 17 giovani partigiani. Solo Vittorio Meoni, pur colpito e ferito, riuscì a sottrarsi all’esecuzione.


Tutti noi siamo consapevoli di quanto la memoria sia una questione politica di prima grandezza ed abbia implicazioni a tutti i livelli nella vita sociale. Il nostro tempo avverte la difficoltà del ricordo. Siamo nella fase di passaggio: quando la memoria “vivente” dei sopravvissuti – ormai sempre più circoscritta – per non essere dispersa, deve trasformarsi in memoria “culturale”. Una memoria “esterna” che si poggia su molteplici sostegni: luoghi, archivi, musei, libri, filmati, ma anch’essa portatrice di senso in quanto costruisce l’identità collettiva, sociale.


Lo scorso gennaio sono stato ad Auschwitz con il Treno della Memoria insieme ad un migliaio tra studenti ed insegnanti delle scuole superiori della Toscana. Ebbene visitare questi luoghi che sono “memoria vivente” di quel terribile passato rende palpabile la profondità dell’offesa alla vita che si è consumata in quegli anni nel cuore dell’Europa, dove fu messo in atto un progetto politico criminale.


I partigiani si sono battuti contro una dittatura dagli esiti distruttivi e feroci, contro le deportazioni, contro la riduzione dell’uomo a strumento di lavoro forzato, contro il sistema dello sterminio. Hanno combattuto per il riscatto dei valori cancellati dal fascismo e dal nazismo, per riconquistare al Paese l’onore perduto.


Voglio dirlo chiaro: una cosa è combattere per la libertà e la democrazia , altra cosa è combattere per difendere la dittatura fascista! Le due cose non potranno mai essere messe sullo stesso piano! E questa differenza, credetemi, diventa palpabile e percepibile da tutti, anche dai più giovani, visitando i luoghi dell’orrore come lo sono stati i campi di concentramento!


Signori Sindaci, anche la Val d’Elsa ha conosciuto questa “Resistenza civile” a sostegno delle azioni partigiane nella lotta contro il fascismo. Basti pensare alle reti di solidarietà attiva di donne e di uomini che, a prezzo di gravissimi rischi, contribuì a salvare migliaia di ebrei, oppositori, ricercati dal regime.


Pensiamo alla deportazione degli operai e dei lavoratori del nostro Paese, quelli che scioperando in condizioni drammatiche nel marzo 1944 chiesero la liberazione dei prigionieri politici e la fine della guerra. La repressione contro di loro fu spietata; migliaia furono arrestati ed inviati nei campi di sterminio. Molti di loro furono consegnati ai tedeschi dai fascisti di Salò.


Dobbiamo ricordare anche il contributo dei militari nella Resistenza e nella Liberazione, per ricostruire l’ampiezza che l’opposizione al fascismo ebbe in Toscana e nel resto d’Italia. Pensiamo al gran numero e di soldati di ufficiali che all’indomani dell’8 Settembre 1943 aderirono singolarmente o a gruppi alla Resistenza. Mi riferisco a quella che è stata definita la ”Resistenza senz’armi”, compiuta dagli oltre 650.000 militari italiani, i cosiddetti IMI, internati militari italiani, catturati dopo l’8 Settembre 1943 e deportati nel territorio del Terzo Reich.


Sappiamo che la stragrande maggioranza di loro si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di combattere a fianco dei nazisti preferendo rimanere nei campi di prigionia, costretti al lavoro forzato, e che molti di loro trovarono la morte per le privazioni e vessazioni subite.


C’è poi la vicenda, per alcuni versi meno conosciuta ma non secondaria dei tanti giovani toscani ed italiani che tra l’estate 1944 e l’Aprile 1945, provenendo dalle regioni ormai liberate ed avendo molte volte alle spalle un’esperienza partigiana si arruolarono nel ricostituito Esercito italiano e contribuirono alla formazione dei cosiddetti “Gruppi di Combattimento”.


Il nazifascismo fu sconfitto sul campo grazie all’azione congiunta degli eserciti Alleati e di tutte le forze impegnate nella Resistenza e nella guerra di Liberazione. Il prezzo pagato fu altissimo: migliaia di morti e di feriti tra civili e militari, molte città e paesi distrutti. Oltre alle stragi di civili inermi in località dai nomi tristemente noti.


Le formazioni partigiane, i “Gruppi di Combattimento” e quanti, civili e militari, nei modi più diversi, parteciparono alla Resistenza ed alla Liberazione, consegnarono al futuro un Paese in piedi, in grado di far valere a livello internazionale le proprie scelte di democrazia. A ciascuno di questi protagonisti, tra cui ricordiamo oggi i 17 giovani uccisi a Montemaggio, va il nostro debito di riconoscenza che gli anni trascorsi possono solo accrescere.


La Toscana ha pagato un prezzo molto alto per la conquista della democrazia e della libertà; 4.461 le vittime degli eccidi nazifascisti, 658 i condannati dal tribunale speciale, un decimo di tutti i danni di guerra, centinaia di deportati.


Signori Sindaci, il 1° Gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, si introducono nel nostro ordinamento i fondamentali diritti di libertà ed i diritti sociali, configurando un vero e proprio “programma” per il futuro del Paese, una sintesi avanzata delle aspirazioni delle forze democratiche che avevano partecipato alla sconfitta del fascismo ed ai lavori dell’Assemblea Costituente.


Le parole con cui la nostra Costituzione, all’articolo 2, proclama che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” testimoniano la volontà dei costituenti di porre un fortissimo scudo giuridico in grado di dare sostanza e concretezza alle parole dell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, secondo cui “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti”.


L’articolo 2 della nostra Costituzione, in sintesi, garantisce il diritto di ciascun individuo ad ottenere dallo Stato il riconoscimento e la difesa delle proprie libertà, che sono inviolabili. E’ una conquista decisiva ed irreversibile, che vuol mettere la parola “fine” agli orrori che molti Stati del Novecento hanno sperimentato sulle persone in carne ed ossa.


A tutti gli smemorati ricordiamo che il XX secolo, il “secolo infelice”, come lo ha definito l’ungherese Imre Kertész, deportato ad Auschwitz e Premio Nobel per la Letteratura nel 2002, è stato anche un laboratorio di sterminio e di devastazione dei diritti e che la fuoriuscita dal disastro è costata enormemente in distruzioni e lutti.


Dobbiamo esserne consapevoli, anche nei momenti in cui le cose sembrano andare male e ci sarebbe spazio per il pessimismo. La nostra Costituzione ci offre sempre la possibilità di riprendere il cammino da una posizione avanzata.


Di questo abbiamo avuto prove sovrabbondanti nel corso degli anni. Non tutti gli Stati, infatti, hanno una Costituzione che imponga a loro stessi il rispetto dei diritti inviolabili della persona. Ecco perché dobbiamo tenerci cara la nostra e respingere i tentativi di modificarne la sostanza e la natura.


Ma la Resistenza continua, anche oggi, in difesa e per l’attuazione di questa nostra Costituzione. Viviamo infatti un tempo di cambiamenti profondi che avvengono ad una velocità straordinaria in tutto il mondo. Dobbiamo saper interpretare il senso e la direzione di queste novità, per dotarci degli strumenti adeguati per proseguire il cammino iniziato dalla Resistenza e dalla Costituzione, senza perdere di vista gli obiettivi ed i valori in cui crediamo e che continueremo a perseguire. Lo dobbiamo soprattutto alle giovani generazioni, che non hanno l’esperienza diretta del lungo e difficile cammino che fin qui è stato fatto.


Ci troviamo dentro ad un processo di globalizzazione che ha posto agli Stati domande nuove ma, allo stesso tempo ha ridotto la loro capacità di intervento e di risposta. La crisi finanziaria internazionale, che è iniziata nell’estate del 2007 e che si è trasformata in crisi economica con un’accelerazione straordinaria, ci dice che siamo ad una svolta in questo processo e che abbiamo davanti molti pericoli ed opportunità.


Siccome quella protezionistica rappresenta una non-soluzione ed è impensabile il tentativo di arginare la spinta poderosa delle forze produttive che tende a unificare il genere umano, la vera sfida è negli strumenti di governo del processo di globalizzazione, che si facciano carico delle grandi questioni da cui dipende il destino dei popoli e dell’ambiente, intimamente connessi.


Anche il tema dei diritti e della democrazia è tirato in ballo da questa crisi, perché sappiamo bene che è proprio nelle fasi di turbolenza che i diritti possono essere additati come il problema e non come la soluzione. Dobbiamo consolidare le conquiste democratiche e porre su basi solide lo sviluppo, perché è un fatto che dietro all’economia ed ai suoi meccanismi ci sono le persone ed i loro bisogni. E’ un banco di prova dove tutti siamo chiamati a tirar fuori il meglio. Soprattutto per evitare che si dimostrino realistiche le parole di Hannah Arendt sul fatto “le tendenze politiche, sociali ed economiche congiurano segretamente per maneggiare gli uomini come cose superflue”. Sono parole che ci devono far pensare e che non dobbiamo mai mettere da parte.


E’ questo impegno, anche qui ed oggi, l’omaggio più vero ai giovani martiri di Montemaggio, alla Resistenza ed alla Costituzione della Repubblica, a pochi giorni dalla celebrazione del nostro Risorgimento e dei 150 anni di Unità d’Italia"



Enrico Rossi.

mercoledì 16 marzo 2011

Odio gli indifferenti...

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Antonio Gramsci
11 febbraio 1917


giovedì 4 febbraio 2010

Intervento di presentazione della Mozione “ La situazione della Casa di Reclusione di Ranza nel Comune di San Gimignano e della Casa C. di Siena


Buongiorno a tutti,

cominciamo col dare un po' di numeri. In Italia abbiamo 65.067 detenuti, di cui meno della metà imputati e il resto (33.247) condannati. Di questi 24.152 sono immigrati ed è da notare come il numero degli imputati detenuti tra gli immigrati superi di quasi quattromila unità i condannati detenuti, mentre tra i cittadini italiani il numero dei condannati detenuti superi di quasi seimila unità gli imputati detenuti.
In definitiva, l'Italia ha una consistente popolazione detenuta, che determina molto spesso condizioni di sovraffollamento e difficoltà di gestione. Per questo motivo, qualche giorno fa, il 13 gennaio, il Governo ha dichiarato lo stato d'emergenza nazionale. Conseguentemente, nel comma 219 della Legge Finanziaria 2010, sono stati stanziati cinquecento milioni per le infrastrutture carcerarie, prevedendo o la realizzazione di nuove strutture o l'aumento della capienza di quelle esistenti. In particolare, è prevista la realizzazione di quarantasette nuovi padiglioni affiancati a strutture già presenti nei territori. In tutto questo, si prevede anche di assumere alcune unità come Polizia Penitenziaria. Tutto ciò significa che a qualcosa sono servite le proteste, l'impegno e la determinazione di tanti cittadini, delle istituzioni locali, degli agenti penitenziari... Tutto questo però non basta. La creazione di nuovi padiglioni è davvero pericolosa, se non ragionata: credo di poter dire fin da ora che una soluzione del genere non andrebbe affatto bene per la Casa di Reclusione di San Gimignano. Chiedo in prima istanza di aggiungere le seguenti due correzioni alla Mozione. Inserire in conclusione del settimo capoverso la frase “come evidenziato in una lettera del Sindaco Giacomo Bassi al Ministro Angelino Alfano” e inserire alla chiusura della mozione “nonostante i piccoli segnali dati nell'approvazione della Finanziaria 2010, che speriamo possano essere solo una base di partenza di un nuovo e più incisivo intervento del Governo sulle tematiche in oggetto”.
Tutto questo non basta, dicevo. La situazione presentata nella Mozione rimane. Noi non possiamo considerare le carceri come dei luoghi di stoccaggio di rifiuti tossici che la nostra società produce, non possiamo considerare le carceri come luoghi in cui rinchiudere i reietti per renderli inoffensivi, come fosse uguale spedirli in una lontana isola deserta. Non possiamo considerare le carceri un costo da ottimizzare per stipare uomini e donne in celle strette, ledendo i loro diritti di esseri umani. Non possiamo accettare che (e le condizioni di sovraffollamento incidono) ci sia un tasso di suicidi così alto in carcere. Cito Sofri che racconta come nelle carceri ci sia “una disperazione sulla quale non scende più nessun anestetico e che i traduce in un alto tasso di suicidi, che sono tanto più significativi perché commessi da persone giovani, che hanno pene brevi, oltre alle diffuse forme di autolesionismo fisico”. Il 2009 è stato l'anno con più suicidi in carcere della nostra storia: 72.
Infine, non possiamo legare il concetto di detenzione meramente a quello di 'punizione'. Viceversa, il sistema penitenziario è parte della società ed in essa svolge un ruolo cruciale attraverso la riabilitazione e le fasi trattamentali. Senza entrare nei dettagli, anche se consiglio vivamente una lettura come Cesare Beccaria ai nostri rappresentanti attualmente al Governo, il messaggio che dobbiamo dare deve essere chiaro e forte: investire sul sistema carcerario significa investire su una società migliore.
E alcune interpretazioni semplicistiche delle condizioni dei detenuti, peraltro preoccupanti a maggior ragione dopo gli eventi di cronaca degli ultimi mesi, lasciano il tempo che trovano. Ha avuto ad dire sempre Sofri come “il dolore nelle carceri sia una specie di fondo perenne e in questo senso sordo: un dolore, cioè, che nessuna risata, nessun gioco allegro, nessuno spintone tra ragazzi -che sono la maggioranza della popolazione carceraria oggi-, nessuna partita di calcio o di calcetto o di biliardino può far dimenticare nemmeno per un momento”. Credo che queste parole esprimano bene di cosa stiamo parlando.
In Toscana abbiamo 4321 detenuti, praticamente quanto un Comune della nostra Provincia. A Siena sono detenuti 386 detenuti circa. C'è una situazione che è divenuta intollerabile da tempo e cui la nostra istituzione può dare il proprio impegno e la propria solidarietà a partire dall'approvazione di questa mozione, su cui spero troveremo convergenze anche dalle minoranze perché è un problema del nostro territorio.
Andrò per sommi capi. Primo punto: il sovraffollamento di Ranza. Il carcere di Ranza vive in un significativo sovraffollamento. Ad ora abbiamo un sovraffollamento stimato di circa 103 detenuti. Questo significa un'oggettiva difficoltà a garantire standard decenti di vivibilità, nonostante il lavoro quotidiano e l'impegno di tanti operatori ed agenti. A Ranza sono presenti 306 detenuti, con una complessità ed una composizione molto eterogenea. Più di un terzo, infatti (120 ad ora), sono stranieri, cinquanta nordafricani e quaranta dell'Europa dell'Est. Questa situazione eterogenea rende ancora più impegnativo il lavoro degli agenti nel carcere.
Secondo punto: a fronte di questa situazione, a Ranza si registra una carenza di organico pari a circa il 42% rispetto alla Pianta Organica prevista per un carcere di quelle dimensioni. Sono attive ad oggi 131 unità nel carcere con un deficit di 102 unità. Il decreto ministeriale del 2001 in materia, infatti, prevede duecentotrentatré unità attive nella Casa di Reclusione di Ranza. In particolare mancano dodici ispettori, undici sovrintendenti e trentasei agenti ed assistenti. Ciò determina un ricorso obbligatorio alle ore di lavoro straordinario, che mediamente significano sei giorni di lavoro in più al mese per ciascuna unità.
Inoltre, il sovraccarico di lavoro e la responsabilità sono diventati intollerabili per la Polizia Penitenziaria di Ranza, che mette a rischio la propria incolumità fisica. E' di non molti mesi fa l'episodio di una grave aggressione da parte di un detenuto che ha mandato a lungo in ospedale un agente penitenziario. Questi sono fatti gravi, che generano insicurezza, difficoltà a svolgere il proprio lavoro, difficoltà ad attivare molte attività... Su tutto questo si è attivato da tempo il Sindaco di San Gimignano, Giacomo Bassi, molti altri enti locali, oltre che gli Onorevoli Franco Ceccuzzi e Susanna Cenni.
Terzo punto: a Ranza manca una dirigenza stabile. L'attuale Dirigente è impegnato nella conduzione di un altro istituto in una regione lontana dalla nostra e questo genera per forza problemi. Inoltre, manca proprio l'assegnazione di un Dirigente alla guida dell'istituto in pianta stabile.
Il quarto punto sta nei fattori di insicurezza percepita dalla popolazione sangimignanese e in particolare da chi abita vicino al carcere. Anche questo è un aspetto da tenere in considerazione.
Il quinto punto riguarda, invece, la Casa Circondariale di Siena. Anche qui si registra una carenza di organico, pari a diciotto unità, di cui dieci agenti o assistenti. Il sovraffollamento a Siena è calcolato in circa trenta detenuti. Quello che però più preoccupa è di ordine igienico-sanitario. La struttura penitenziaria è infatti fatiscente, invivibile sotto l'aspetto igienico-sanitario. Inoltre, la collocazione nel centro storico non aiuta né la possibilità di intervenire in modo determinante sulla struttura, né nel contemperare la sicurezza con un contesto esterno improntato principalmente al turismo. Su questo bisogna fare qualcosa.
Il sesto punto che voglio portare alla vostra attenzione riguarda l'impossibilità, in queste condizioni, di procedere spesso alle attività, in particolare di mantenere viva e implementare quella rete di relazioni con associazioni importanti nel tessuto del nostro territorio. Ci sono tante associazioni ed enti che si impegnano nel creare un ponte solido tra il carcere e la società, che riescono ad incidere in modo determinante sul reinserimento. Sostenerle e rendere il carcere un luogo sicuro per chi va ad operarci è un obiettivo primario.
Un altro aspetto, il settimo a questo punto, è che il Governo non ha dato risposte circostanziate e precise a precise e circostanziate domande degli enti locali e dei nostri Parlamentari. Spero che anche da parte delle opposizioni di questo Consiglio ci sia la volontà di portare questa questione all'attenzione. Spero che su questo tema riusciremo a fare un lavoro insieme, visto che stiamo parlando di questioni così vive ed importanti per i nostri territori.
Dobbiamo considerare il carcere come un luogo strategico e complementare della società. Per fare questo, serve la volontà di investire e di prestare attenzione a tutto quello che accade.
Vi ringrazio per l'attenzione.

venerdì 1 gennaio 2010

Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica



Un discorso bellissimo, di una chiarezza e una forza incredibili.

A voi che mi ascoltate, e a tutti gli italiani, in patria e all'estero il più cordiale augurio di Buon Anno. E' un augurio che vi rivolgo per la prima volta da Presidente della Repubblica. Rivivo la lontana emozione del mio incontro con la politica nell'Italia appena rinata alla democrazia. E colgo l'occasione per dirvi dunque brevemente dell'esperienza che sto compiendo da alcuni mesi e dei problemi con cui mi sono misurato.

Mi sono stati già affidati nel passato delicati incarichi nelle istituzioni italiane ed europee. Ma sto ora verificando quanto sia più complessa e impegnativa la responsabilità che la nostra Costituzione attribuisce al Capo dello Stato.

Interpretare ed esprimere, con passione civile e con assoluta imparzialità, sentimenti e valori condivisi, esigenze e bisogni che riflettono l'interesse generale del paese. E guardare sempre all'unità nazionale come bene primario da tutelare e consolidare.

A questo più alto incarico sono stato chiamato all'indomani di un voto che ha visto gli elettori dividersi in due parti quasi uguali, tra loro nettamente contrapposte. Le diversità, anche radicali, degli orientamenti e dei programmi, e quindi l'asprezza dei contrasti, non possono preoccupare perchè fanno naturalmente parte della competizione democratica. E non cancellano tutto quel che ci unisce come italiani.

Ma forte è il bisogno di un clima più sereno e costruttivo. Ho creduto e credo di doverlo dire.

Se la politica diventa un continuo gridare, un gareggiare a chi alza di più i toni, uno scontrarsi su tutto, su ogni questione, in ogni momento, ne soffrono le istituzioni, a cominciare dal Parlamento, e ne soffre il rapporto con i cittadini. Quando nel frastuono generale non si possono nemmeno più cogliere bene le diverse posizioni e proposte, allora molti finiscono per allontanarsi non da questo o da quel partito, ma dalla politica.

E invece, attenzione. A chi mi ascolta, e a tutti gli italiani, vorrei dire: non allontanatevi dalla politica.
Partecipatevi in tutti i modi possibili, portatevi forze e idee più giovani. Contribuite a rinnovarla, a migliorarla culturalmente e moralmente. Lessi molti anni fa e non ho mai dimenticato le parole della lettera che un condannato a morte della Resistenza, un giovane di 19 anni, scrisse alla madre: ci hanno fatto credere che 'la politica e' sporcizià o è 'lavoro di specialisti', e invece 'la cosa pubblica siamo noi stessi'.

Quelle parole sono ancora attuali: non ci si può rinchiudere nel proprio orizzonte personale e privato, solo dalla politica possono venire le scelte generali di cui ha bisogno la collettività, e la partecipazione dei cittadini è indispensabile affinché quelle scelte corrispondano al bene comune.

Ma a questo fine è importante che vi sia più dialogo, più ascolto reciproco, tra gli opposti schieramenti. Non abbracci confusi, ma nemmeno guerre come tra nemici piuttosto che polemiche tra avversari. E' questo l'appello che ho rivolto e che continuo testardamente a rivolgere ai protagonisti della vita politica, interpretando, credo, il comune sentire dei cittadini.

Quel che auspico è lo stesso clima consolidatosi, nella politica e nelle istituzioni, in grandi paesi democratici.
E' possibile che ci sia anche da noi, confido che ci si arriverà.

Attraverso un confronto costruttivo si potranno ricercare - e questo, in sostanza, è ciò che preme a tutti noi - le soluzioni migliori ai problemi più gravi del paese. Ne citerò qualcuno che sento di più. Innanzitutto quello di far crescere e progredire l'Italia nel suo insieme. Le difficoltà non sono poche, lo sappiamo: dobbiamo alleggerirci del pesante debito pubblico accumulato nei decenni scorsi, e ciò richiede seri sforzi per dare priorità all' interesse generale. Dobbiamo riuscirci non solo per rispettare i nostri impegni con l' Europa, ma per porre su fondamenta più solide e sane lo sviluppo del nostro paese.

Lo sviluppo, ripeto, dell'insieme del paese. La sua parte più dinamica e competitiva merita la massima attenzione per il ruolo trainante che svolge, ma neppure essa può crescere per proprio conto, con le sue sole forze. E' indispensabile una visione unitaria e solidale: non si può fare a meno del grande potenziale rappresentato dal Mezzogiorno, occorre metterlo a frutto con politiche incisive e coraggiose.

E per fortuna, l'Italia non è ferma. Ha già ripreso a crescere, col contributo determinante di imprenditori che hanno imboccato la strada dell'innovazione e del rischio del mercato globale; e insieme di tecnici e lavoratori qualificati e aperti al cambiamento, consapevoli che è il momento di premiare il merito. Bisogna incoraggiare gli uni e gli altri: guardando con particolare sensibilità a chi lavora in condizioni pesanti e per salari inadeguati, a cominciare dagli operai dell'industria. E non si può tollerare la minaccia e la frequenza degli infortuni cui è esposta la sicurezza, e addirittura la vita, di troppi occupati, specie di chi, italiano o immigrato, lavora in nero.

L'occupazione è in aumento. Ma c'è da creare ancora lavoro per molti giovani e donne, specialmente nel Sud: lavoro alla luce del sole e pienamente riconosciuto nei suoi diritti.

E' questa una delle condizioni principali per realizzare una maggiore coesione sociale e civile, e in particolare per combattere fenomeni di disgregazione e criminalità nelle regioni più difficili.

Più coesione significa anche più equità, meno disparità nei redditi e nelle condizioni di vita, più vicinanza e sostegno per le persone e le famiglie che versano - e sono tante - in penose ristrettezze, e per quelle che sono provate da sofferenze di ogni natura. Più coesione significa inoltre uno sforzo maggiore per integrare nel sistema dei nostri principi e precetti costituzionali, senza discriminarli o tenerli ai margini, gli stranieri di cui l'Italia oggi ha certamente bisogno, e di cui è stato ed è giusto regolare l'ingresso legale nel nostro paese.

Una società più giusta, libera e aperta può anche essere più sicura, attraverso il richiamo severo, che non deve mancare, al rispetto delle leggi, delle regole, dei doveri. E' a questo impegno che presiedono con grande dedizione, negli ambiti di rispettiva competenza, le forze dell' ordine, e la magistratura, alla quale spetta anche contribuire a un più lineare e rapido corso della giustizia.

Sono queste le basi da rafforzare per un nuovo sviluppo del nostro paese, che è possibile e non dipende solo da chi ha responsabilità di governo ma dall' iniziativa e dal contributo di molti. E ci dà fiducia la ricchezza delle risorse umane di cui disponiamo: risorse come quelle della scuola e della ricerca, ingegno creativo e produttivo, e insieme sensibilità e solidarietà diffuse, che si esprimono con forza crescente in tante forme, a cominciare dal volontariato, quello delle ragazze e dei ragazzi del Servizio civile che ho da poco incontrato, e quello dell'associazionismo laico e religioso.

E alla vigilia dell'Anno europeo delle pari opportunità voglio sottolineare come in Italia tra le riserve preziose su cui contare ci sia quella, ancora così poco valorizzata, dei talenti e delle energie femminili.
Vedete, ho conosciuto e ascoltato un mese fa a Napoli due donne. La prima, madre di un ragazzo che si stava perdendo nelle trappole della malavita, ci ha raccontato come abbia combattuto per salvarlo, per recuperarlo alla scuola e come ci sia riuscita con l'aiuto della scuola. La seconda, una giovane che ha studiato con successo giungendo alla laurea e al dottorato, lavora ora a un progetto avanzato di ricerca genetica, per mille euro al mese - e si considera fortunata - con un contratto che scade nel maggio prossimo, ma 'non ci penso - ha detto - perché "ho un lavoro bellissimo".

Ecco, due casi così diversi: ma che ci dicono entrambi quale forza morale anima tante donne e può diventare fattore essenziale di progresso civile e di crescita dell'economia e della società. In particolare, gli incontri che ho ricordato mi hanno dato ancor più fiducia nell' avvenire di Napoli: è, come sapete, la mia città, ma penso sia cara a tutti gli italiani.

Per raccogliere le energie di cui è ricca la società italiana, indirizzarne e soddisfarne responsabilmente le domande, contrastando particolarismi e chiusure egoistiche, la politica ha bisogno di istituzioni più riconosciute e più forti. Si trovi dunque l'intesa per riformarle, senza toccare il patrimonio dei grandi valori e indirizzi costituzionali. Si concordino con realismo e misura quelle riforme che possono rendere più chiaro e coerente il ruolo delle autonomie regionali e locali, più efficace nelle sue decisioni il Parlamento nazionale, supremo fondamento della democrazia repubblicana. E si ricerchi pazientemente l'accordo su meccanismi elettorali che rendano più lineare e sicura la formazione delle maggioranze chiamate a governare il paese.

Infine, la politica deve guardare non solo all'Italia d'oggi, ma al mondo e al suo futuro.

Abbiamo costruito e consolidato la pace nel cuore dell'Europa, ma c'è ancora pace oltre i suoi confini. In questo momento tragici bagliori ci giungono ancora dall'Iraq. Sentiamo come minaccia comune le guerre che sconvolgono il Medio Oriente, che insieme con la fame e le malattie attraversano e flagellano l'Africa, da ultimo ancora una volta in Somalia, e che toccano ancora altre regioni.

La comunità internazionale, e in particolare l'Europa e l'Italia, non possono assistere inerti a questi conflitti, o a rischio della proliferazione nucleare; sono tenute a fare la loro parte per promuovere pace, stabilità, disarmo, sviluppo, per sostenere ovunque la causa dei diritti umani. Perciò è giusto intensificare le iniziative di cooperazione internazionale e partecipare alle missioni delle Nazioni Unite e dell'Unione europea in aree di crisi, come quella da poco iniziata in Libano. Ed è importante farlo con la carica di professionalità e umanità che contraddistingue le nostre Forze Armate, alle quali anche questa sera esprimo la nostra riconoscenza.

Ci sono state decisioni, come quella sull'ultima missione, prese in Parlamento a larghissima maggioranza: ecco un esempio positivo di intesa tra opposte parti politiche.

Il fenomeno delle crisi più gravi e delle guerre in diverse parti del mondo si intreccia col fenomeno del terrorismo internazionale, portando in sé il pericolo dei fanatismi, delle contrapposizioni radicali, degli scontri di civiltà.

Non possiamo dimenticare quel che l'Italia ha pagato per il terrorismo di casa nostra, per quel delirio di violenza e per quelle vite stroncate, alla cui memoria dobbiamo ancora rendere omaggio.

Ebbene, ci opponiamo con eguale fermezza al terrorismo di matrice fondamentalista che non conosce frontiere. Esso non rappresenta ma divide e minaccia innanzitutto lo stesso Islam.

In quanto a noi, perseguiamo non lo scontro ma il dialogo tra le culture e tra le religioni.
Nell' attuale, contraddittorio quadro mondiale un grande contributo positivo può venire dall' Europa.

E' una convinzione, ed è un'aspettativa, che ho sentito esprimere dai Capi di Stato e dalle personalità rappresentative di numerosi paesi, di diversi continenti che ho incontrato in questi mesi. Occorre perciò superare resistenze e difficoltà che impediscono una più forte unità e azione europea. Lo diciamo sapendo che anche l'Italia conterà nel mondo che si trasforma sotto i nostri occhi solo se conterà di più l'Europa.

Su questi grandi temi - la pace, in Terra Santa innanzitutto, tra israeliani e palestinesi; il dialogo con altre civiltà e altre fedi, nella distinzione e nel reciproco rispetto; il ruolo dell'Europa - colgo una profonda sintonia con la Chiesa cattolica, con le sue espressioni di base, con le sue voci più alte. Ne ho tratto conferma dall'aperto e cordiale incontro del 20 novembre con Papa Benedetto XVI, al quale invio di qui il mio saluto beneaugurante. C'è sintonia nel sollecitare un più giusto ordine mondiale, un modello di sviluppo globale diverso e più sobrio, di fronte a un ormai inquietante degrado dell' ambiente, che minaccia la stessa sopravvivenza umana.

Nel discorso indirizzatomi in occasione di quell'incontro il Pontefice ha voluto richiamare ripetutamente i principi e i valori affermati nella Costituzione italiana. E' mia convinzione che sia in effetti questo il riferimento essenziale per affrontare nel modo migliore anche i temi più delicati che oggi ci vengono proposti dagli sviluppi della scienza e dall'etica, da complesse situazioni sociali e da dolorosi casi umani come quelli che ci hanno di recente turbato e coinvolto. Alle scelte di cui si riconosca la necessità, il Parlamento può giungere nella sua autonomia attraverso un dialogo sulla vita e un confronto sulla realtà della famiglia che portino chiarezza ed evitino fratture.

In conclusione, le questioni che si profilano in ogni campo all' inizio del nuovo anno richiedono un impegno di più pacata e costruttiva riflessione, un maggior senso del limite e della responsabilità. E' così che potranno essere superate molte difficoltà, rispetto alle quali un paese come il nostro deve e può avere fiducia in se stesso. E' un paese nel quale antiche e profonde sono le radici della civiltà dell'Europa e dell'Occidente. E' un paese che può far leva tanto sulla sua storia quanto sul suo dinamismo, sulla sua capacità di rinnovarsi e migliorarsi.

E' questo il saluto di Buon Anno che rivolgo dunque a voi tutti, alle vostre famiglie, e in modo particolarmente affettuoso - anche da nonno, se mi permettete - ai bambini che vi circondano. Ne incontro molti, al Quirinale e nelle città: e sono sempre una fonte fresca di gioia e di speranza. E' pensando a loro che dobbiamo saper guardare lontano, saper guardare consapevolmente al futuro.

Grazie, e ancora auguri!

giovedì 8 ottobre 2009

domenica 4 ottobre 2009

Ricordo.

Stamattina a Marzabotto... Per non dimenticare.

ManifestAzione.

Ieri a Roma... Sono uno di questi farabutti:

venerdì 2 ottobre 2009

3 Ottobre, manifestazione per la libertà di informazione: vado con convinzione

Aderisco con convinzione alla manifestazione che si terrà domani 3 ottobre a Roma. E' il momento di reagire in qualche modo, in qualsiasi modo.

venerdì 18 settembre 2009

La Lega stimola un clima sociale positivo e civile...

Non c'è mai una connessione perfettamente aderente di causa-effetto tra clima generale e azione individuale, ma è innegabile e palese che l'atteggiamento tenuto e le parole (con leggerezza e ignoranza sociale, culturale e storica) pronunciate quotidianamente da anni dagli esponenti della Lega stiano contribuendo significativamente.

TREVISO - Un ragazzino kosovaro di tredici anni costretto a cambiare scuola perché preso in giro dai compagni di classe. Non ne poteva più di subire insulti razzisti, di ascoltare offese che lo ferivano, così ha chiesto ai genitori di cambiare scuola.
Un altro episodio di baby-bullismo a sfondo razziale che scuote Treviso, città simbolo del potere leghista in Veneto. Il nuovo caso viene a galla pochi giorni dopo che una sedicenne, scoperta a rubare ai Magazzini Coin, ha insultato il vigilante di colore che l'aveva sorpresa con un paio di pantaloncini e un reggiseno in borsa, senza averli pagati.

Storie quotidiane di razzismo che si consumano nel cuore del Nordest. La triste vicenda del ragazzino kosovaro è emersa casualmente dopo un'ordinaria lite tra coetanei. E' successo che la titolare di un bar in centro città ha chiamato il 113 dicendo che all'interno del locale si era rifugiato un ragazzo di 13 anni italiano per sfuggire all'inseguimento di due coetanei kosovari.

All'arrivo delle volanti è emersa la vera storia, confermata dallo stesso ragazzino trevigiano. Il più piccolo dei kosovari ha infatti raccontato agli agenti che lo scorso anno è stato costretto a cambiare scuola a causa dei continui soprusi subiti dal giovane italiano, rifugiatosi all'interno del bar, spalleggiato dagli altri compagni di classe. Ha ricostruito per filo e per segno un anno scolastico da dimenticare, con i compagni di classe a sbeffeggiarlo dalla prima all'ultima ora.

E' finita invece in questura la sedicenne sorpresa a rubare da Coin al termine di una vicenda incredibile. Quando l'antitaccheggio posizionato all'uscita del grande magazzino ha iniziato a suonare, la guardia di colore incaricata di svolgere i controlli ha fermato la ragazza che, alla richiesta di controllare il contenuto della borsa ha perso la testa: "Negro di m...", si è messa ad urlare di fronte ai clienti del negozio allibiti. "Lasciami stare che tanto voi siete tutti spacciatori", ha poi aggiunto.






domenica 24 maggio 2009

...

domenica 29 marzo 2009

Il mio contributo alla conferenza programmatica del PD a Siena

Conferenza Programmatica : costruire un racconto compiuto

Questa Conferenza Programmatica è un momento importantissimo per il nostro partito. Il PD trova le sue maggiori difficoltà quando non riesce a dare una prospettiva chiara sui temi, sulle idee. La giornata di oggi e quello che significa, ossia un lavoro di mesi sui temi, serve a dare al PD senese la propria dimensione. C’è stato infatti un lavoro lungo e serio sulle tematiche con un confronto attento ai territori.
Un Partito come il nostro non deve essere capace solo di ascoltare o di interpretare i sondaggi, un Partito come il nostro ha bisogno di proporre alternative concrete e coraggiose ai cittadini. E quindi sottoporsi al loro giudizio. Noi non dobbiamo avere paura di confrontarci anche seriamente e duramente sui temi. Dividersi si, ma sulle questioni e non secondo logiche vecchie o nazionali.
Il PD a Siena ha la statura e soprattutto gli uomini e le donne per rappresentare una vera e concreta alternativa culturale. Un’alternativa che non significa solo buon Governo, ma anche una capacità di incidere con scelte lungimiranti sul tessuto sociale. Nelle idee di questa conferenza e del candidato Bezzini c’è questa carica. A cosa serve un Partito se vive solo di consenso contingente? Un Partito serve quando crea una prospettiva seria, di lungo respiro e che sa anche far sognare. Soprattutto in un periodo di crisi come l’attuale.
Partiamo quindi da qui per dare un’identità definita al PD senese e per creare un programma condiviso e maggioritario per le prossime amministrative.
Abbiamo bisogno di dare risposte a una crisi che tocca tutti trasversalmente e in modo totalmente nuovo. In particolare, le giovani generazioni si ritrovano prostrate dalla crisi. Una crisi che mangia il lavoro, il potere d’acquisto, persino, con la determinante complicità di un Governo irresponsabile, il sacrosanto diritto ad un’istruzione pubblica di qualità. Solo un solido patto intergenerazionale e politiche coraggiose possono invertire la tendenza.
La crisi sta colpendo duramente il lavoro dipendente precario. Chi si affaccia al mondo del lavoro in questi anni duemila sa che ad aspettarlo ci sarà una costellazione di contratti con sigle singolari che in sostanza significa: precarietà. Una precarietà che, finché il lavoro c’è, rappresenta un’ingiustizia e un problema, ma che, quando il lavoro viene a mancare, significa disoccupazione. E la precarietà usa e getta così concepita significa precarietà di vita: impossibilità di accesso alla casa, impossibilità di costruire una famiglia… In una parola, uno schiacciamento del futuro su un eterno presente.
La destra propone una soluzione che sottovalutiamo e che invece è fortemente coerente e affonda le proprie radici in un retroterra culturale solido. Ci dice: “vivi questo eterno presente e aspetta l’occasione giusta; basta essere normali ed avere la propria occasione” e così via con reality, lotterie e consumi. Noi abbiamo il dovere morale, oltreché politico, di raccontare una storia diversa. Abbiamo il dovere morale di non appiattirci sull’agenda della destra. Abbiamo il dovere morale di costruire un racconto compiuto di una società diversa per i ragazzi e le ragazze del nostro Paese e del nostro territorio. Questa conferenza programmatica serve anche a questo.
Il nostro messaggio deve essere di fiducia. Dobbiamo parlare di fiducia nella società. Dobbiamo dire che il lavoro è un diritto, non solo un dovere. Che il lavoro non significa mezzo per il sostentamento, ma il lavoro è la massima espressione delle proprie capacità al servizio di sé stessi e della società. Dobbiamo avere il coraggio di dare valore al sacrificio dello studio e della formazione perché sappiamo proporre un sistema in cui i meriti vengono valorizzati e non mortificati. Avere il coraggio, ad esempio, di dire ad un ragazzo che viene dal sud Italia e passa sei o sette anni a studiare Medicina a Siena che, quando affronterà un concorso, conterà solo il merito. E non si vedrà passare avanti il figlio di un docente con le risposte al test in tasca. Solo così possiamo vincere veramente. Vincere nella società e non nonostante questa.
Le giovani generazioni in Italia sono poche numericamente e hanno visto un crollo delle loro prerogative all’interno della società in quasi tutti i settori. Dobbiamo invertire la tendenza. L’età media in Parlamento è cresciuta, nella storia della Repubblica, da 46 anni di media ai 52. E questa è solo la punta dell’iceberg, perché la Politica è lo specchio della società. In Italia si diventa avvocati a 30 anni, in Spagna a 26. Nell’imprenditoria, solo negli ultimi sette anni, abbiamo visto un calo di nuove imprese giovanili del 12% se consideriamo le ditte individuali.
E allora non ci stupirà che quasi due ragazzi su dieci tra i 20 e i 25 anni si astengono e che questo dato sia raddoppiato in soli dieci anni. E questa è la fascia di età, a parte gli ultra-settantenni, che più si astiene. Ecco la chiave di volta: cominciamo da queste amministrative. Agiamo anche su questa fascia di elettori, spesso quella più sfuggente, meno vincolata ad un voto costante nel corso della propria vita, che ha perso i riferimenti tradizionali o familiari del voto. Che ha perso il senso di appartenenza. Noi non abbiamo bisogno di richiamarci a vecchi schemi di appartenenza, ma non possiamo rinunciare di creare un senso di appartenenza ad un enorme gruppo di persone, di ogni età e fascia sociale, che ha in mente il preciso obiettivo di cambiare nel profondo la nostra società e le annose questioni come quella morale o quella del disimpegno e dell’egoismo.
La crisi di prerogative che dicevo si accompagna ad una crisi culturale e di riferimenti profonda. L’estensione delle opportunità immediate, portata soprattutto dal web, non si è accompagnata ad un mutamento significativo né della Politica, né, tantomeno, delle istituzioni. Così si arriva al paradosso che per agire sul mercato basta un click, che ci sia da prenotare un volo per l’altra parte del mondo o che ci sia da acquistare un prodotto informatico a ottomila chilometri di distanza, mentre per rapportarsi con qualsiasi istituzione o servizio pubblico (salvo rare eccezioni) bisogna mettersi in fila per essere liquidati o trattati male. Questo esempio, l’unico per ragioni di spazio, può sembrare piccola cosa, invece è una delle ragioni dello scollamento tra giovani generazioni e sfera pubblica.
Come rispondere, come comportarsi dunque? Questa Conferenza dà molte risposte aperte. Io credo che un punto su cui insistere fortemente sia quello dell’istruzione pubblica. Lo diceva un filosofo, Rousseau, nel Settecento che “l’istruzione è l’affare di Stato più importante”. Quando lo scriveva, era qualcosa di Rivoluzionario, in un tempo in cui gli affari di stato più importanti erano le guerre o le regge. Il fatto che anche oggi dirlo sia “Rivoluzionario” dovrebbe far pensare.
Per tornare a noi, il forum scuola del PD a Siena, con Simonetta Pellegrini, ha cercato di scandagliare la nostra realtà alla ricerca di eccellenze. E abbiamo capito che, dove c’è volontà e coraggio, ci sono anche le eccellenze. Premiamo l’acceleratore in questa direzione. Non abbiamo paura di dire che noi del Partito Democratico siamo quelli che difendono la scuola pubblica, si la scuola Pubblica, ossia quella che sta anche dove ai privati non conviene: in un piccolo paese isolato o nella periferia di Napoli. Noi difendiamo la scuola pubblica e con essa il ruolo fondamentale degli insegnanti, uno dei ruoli chiave di una società democratica, e la centralità degli studenti.
E assieme alla scuola, l’Università. Quando ne abbiamo parlato, con altri ragazzi, tra cui devo ringraziare Giovanni Avena e Rodolfo Montagnani, impegnati direttamente nel cda e nel Senato del nostro Ateneo, ci è venuta subito un’idea: una crisi è anche una opportunità. Bisogna far sì che la crisi dell’Ateneo senese non ci porti ai processi pubblici o al passarsi le responsabilità, non ci porti ad una sterile chiacchierata su quanti membri (e magari chi devono essere) per il Cda, non ci porti magari all’approfittarsi della crisi per blindare ancora di più il sistema universitario, già troppo incrostato. Vi dico solo che ad oggi, in Italia, solo un Professore Ordinario all’Università su mille sta sotto i trentacinque anni, mentre sono cresciuti negli ultimi venti anni dell’11% i Docenti ultrasessantacinquenni e del 13% quelli tra i 55 e i 65 anni. Non è un discorso giovanilista, assolutamente: il rinnovamento non si risolve con l’età anagrafica. Il rinnovamento si risolve con nuove idee, nuove facce, nuove strategie.
Il nostro compito sull’Università, e trovate un contributo in cartellina, è quello di dare una linea di ampio respiro, di stimolare la discussione, di approfondire, di disegnare l’Università del futuro. Però, come partito di centrosinistra, non possiamo prescindere dalla difesa convinta della democrazia interna e della possibilità di tutti coloro che vivono quotidianamente l’Università o la sostengono come territorio di dare il loro contributo all’Ateneo in tutti gli organi maggiori. Questo per democrazia, e ci chiamiamo democratici non a caso. Questo per trasparenza, quello che diciamo sempre. Questo per la volontà di scommettere sui giovani non con quote o garanzie, ma rendendoli liberi di agire e mettendoli così alla prova. Questo, infine, anche per un quadro normativo nazionale che obbliga tutti gli Atenei a prevedere la rappresentanza, ad esempio, degli studenti nei luoghi in cui si decide a livello di Ateneo.
La nostra Università può uscire dalla crisi rafforzata. L’Università deve essere più accessibile e allo stesso tempo più capace di selezionare i meriti e i talenti. Non serve a niente un’Università che premia indiscriminatamente tutti, serve una Università che fa mettere in gioco gli studenti in un quadro di didattica di alto livello. Li mette in gioco con i loro colleghi europei. Li mette in condizioni di avere un collegamento solido tra mondo della formazione universitaria, della ricerca e del lavoro. La crescita individuale significa crescita della società solo se la società (e quindi privati, Politica e istituzioni) è in grado di fornire le opportunità di applicazione per le persone che forma. Il PD a Siena negli ultimi mesi si è interrogato fortemente su questi temi e questo mi fa molto piacere perché se ne sentiva il bisogno. Purtroppo il tempo non mi permette di sviluppare questo ragionamento e vado a chiudere.
Al nostro Partito spetta una sfida molto difficile nei prossimi mesi. Io credo che l’impostazione che stiamo dando alla Campagna Elettorale e al nostro Partito sia giusta. Parlare di temi. Costruire, come ho cercato di dire, un racconto compiuto della società. Non una serie di proposte fini a sé stesse, ma una serie di proposte collegate in un disegno più grande per i nostri territori e per i cittadini, che si trovano spiazzati dalla crisi. Questo racconto compiuto parte da qui. Parte da una serie di proposte e riflessioni per lavorare su una nuova società. Una società diversa in cui la sfera pubblica dei cittadini sia sempre più solida e non abdichi semplicemente al privato, nella disillusione più assoluta, o nella paura. Non possiamo permettere che le nostre terre vedano cittadini che vivono di giorno come attorniati da nemici e competitori ovunque, e che la notte, magari, dormono con la testata del letto accanto ad un muro oltre il quale dorme un’altra famiglia di cui nemmeno si conosce il nome. Partendo anche da qui, dalla storia di vita di ciascuno, possiamo continuare e magari insegnare ad essere un’alternativa vera e solida nella società.

martedì 24 febbraio 2009

Deliri di onnipotenza e di onnipresenza: Baricco, o della presunzione

C'è chi vuol fare le Rivoluzioni sulla propria poltrona, chi canta canzoni solo per scandalizzare (per poi strizzarci l'occhio: "ci prendiamo troppo sul serio"...; e gli altri tutti bravi a cascarci), chi piange (e fa piangere, questo è il problema) perché eliminata dal Grande Fratello mentre si consuma una tragedia vera, chi canta "superamori" in tv come un Dio sceso in terra... E c'è chi, dalle colonne di un quotidiano nazionale, trova la soluzione al mondo della cultura e dello spettacolo italiani. Come? Eutanasia. Si, proprio questo.
E' il teatrino (e mi scuserete il gioco di parole).
Sto parlando di Alessandro Baricco, passato già alla storia per delicati ritratti ("Novecento"), smielati romanzi ("Questa Storia") e saggi poco convenzionali ("I barbari").
Devo dire la verità. Ne "I Barbari" si trovano molti spunti interessanti e molte cose sono condivisibili. Consigliato perché mette luce su aspetti poco frequentati della nostra società e in particolare di quel "mutamento" che ci sembra unico e che ci accompagna tra Iphones e Youtube, passando per Facebook e Wikipedia. E l'intuizione è brillante e giusta: "c'è una rivoluzione tecnologica che d'improvviso rompe i privilegi della casta che deteneva il primato dell'arte" o "la spettacolarità diviene un valore". Il problema è che l'impianto generale del saggio manca di molte cose... E soprattutto il problema sta nelle conclusioni (esplicite o implicite) delle riflessioni.
Ma veniamo a noi. O meglio all'articolo comparso oggi su "Repubblica". Come e meglio di Povia, Baricco cattura la sua attenzione: "Basta soldi al teatro". Wow. "Luca era gay e adesso sta con lei", variante "Il teatro è una sola, diamolo alla Coca Cola". Più o meno suonerebbe così il ritornello. "Nessuna malattia", per carità: l'unica malattia è il finanziamento pubblico e la società intorno. "Nessuna guarigione", per carità: semmai una "soluzione finale", ossia lo sgancio degli ormeggi e la partenza per l'oceano increspato del capitalismo delle caravelle del teatro, della danza, della lirica, della musica...
Anche io, come Baricco, vi dico che sarebbero troppe le questioni sul tema e che "mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso sull'intreccio tra denaro pubblico e cultura" (ma che è una minaccia???).
Solo alcuni punti.
1) Il finanziamento pubblico alla Cultura ha l'obiettivo di estendere l'accesso alla cultura, ciò è per Baricco da "ricollocare" (come dicono ad un dipendente prima di licenziarlo); parlare di "cultura" è sbagliato e fuorviante: non esiste più una "Cultura" circoscrivibile, esistono diverse forme di cultura che pervadono la società (in maggiore o minor parte) e che si manifestano tramite l'ingegno umano; dunque, non è vero che tutta la cultura ha "abbattuto le proprie barriere" di accessibilità;
2) Lasciamo fare al mercato per abbattere le barriere, afferma Baricco: che ingenuità assoluta! Il mercato ha abbattuto tantissime barriere (volontariamente o involontariamente), ma è la Comunità che ha dato in questo senso i contributi più incisivi;
3) Scuola e televisione sono gli unici canali attraverso cui è raggiungibile chi accede alla vita culturale... Altro abbaglio assoluto: proprio in quella società molteplice e varissima, che descrive Baricco ne "I Barbari", non si può affermare che questi due siano gli unici canali, anzi!
4) Il FUS non comprende scuola e televisione non perché "stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita", ma perché è una voce di spesa diversa; alla formazione si tagliano "Miliardi di Euro" e Baricco pensa di risolvere la questione spostando i trecentosettantotto milioni (si ad ora è questa la cifra) sulla scuola e sulla televisione? In televisione, al massimo, ponendo una distribuzione equa, si può pagare Bonolis per un annetto o poco più... Per il mondo del teatro e dello spettacolo, 378 milioni di Euro sono conditio sine qua non della sopravvivenza.
5) Come in tutti i campi, il mondo del teatro e dello spettacolo non è affatto immune da fenomeni negativi e di sprechi lampanti; ciò però non significa offendere il lavoro, spesso sottopagato o totalmente gratuito, degli operatori della cultura, che salvano LE DIVERSITA' di espressione e di produzione culturale;
6) Baricco si chiede se i privati farebbero peggio degli attuali operatori dello spettacolo e si risponde che ne è "convinto". Bene. Niente vieta ai privati anche oggi di investire in questo settore e, magari, di fare meglio. Anche io sono convinto che non è automatico che un privato faccia peggio, ma rigirare il discorso come fa Baricco è ridicolo. Inoltre, per informazione di Baricco, esistono anche ora molti privati che investono in questo settore sia imprenditorialmente che a livello pubblicitario o filantropico;
7) Baricco afferma che "il teatro di regia" è "praticamente l'unico riconosciuto in Italia". Falso. Baricco conosce tutte le forme di teatro sperimentale, impegnato, volontario, associativo, etc. etc.?
4) Mettiamo un bel programma sui libri in prima serata (come in Francia; credo si riferisca a questo Baricco); è finita la televisione da tre o sei canali e sempre più l'utente-cliente può scegliere su cosa sintonizzarsi (per fortuna: è il mercato, bellezza), quindi l'offerta televisiva si sta ampliando e sta comprendo sempre più settori; un esempio è un programma che segue le tournée di compagnie teatrali; altro punto: il programma di libri in prima serata (la panacea di Baricco) non c'è non perché mancano 378 milioni di euro alla Rai per produrlo; è una scelta editoriale;
5) Baricco si chiede dove fossero "i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull'arte toscana del quattrocento etc." quando servivano, ossia (audite audite!) quando andava in onda il Grande Fratello. E Baricco dove era? No comment.
6) Baricco si domanda a ragione a cosa serva finanziare con soldi pubblici l'opera quando a scuola non si studia Verdi, etc. Su questo ha perfettamente ragione. Ma la soluzione non è smettere di finanziare Verdi, ma riformare i programmi scolastici;
7) Il teatro, la danza, la lirica etc. spesso rimangono in un terreno sconosciuto e molte persone ne rimangono estranee perché non le conoscono; prendo uno dei linguaggi ad oggi più difficili (assieme alla danza e alla musica contemporanea), ossia l'opera lirica; la prima volta che ho visto un'opera sono stato male, ho pianto, volevo scappare... Avevo sette anni. Era il Rigoletto. Oggi la amo. E, ad esempio, mi si racconti quanti delusi ci sono usciti dall'Arena di Verona (per prendere, come piace a Baricco, il più "commerciale" del "non-commerciale").
8) Baricco fa poi una bella lista di proscrizione. Via teatri stabili ("apritene uno in ogni scuola"! Mah... Esistono già, molto diffusi, i laboratori di teatro a scuola e, semmai, bisogna implementare le felici collaborazioni tra scuola e teatri, che portano gratuitamente o quasi i ragazzi a teatro; basta un professore minimamente illuminato che li faccia fare una relazione o un compito sopra quel determinato spettacolo...), via le Fondazioni che promuovono la lettura (e in tv un bel programma di libri, così la gente non si trova, non si relaziona, non vive socialmente, non esce di casa la sera, ma se ne sta rintanata sulla poltrona a farsi la sua flebo di cultura Baricchiana-si, perché sotto sotto lo vorrebbe condurre lui...), via i cartelloni di musica da camera (al prezzo di una serata la settimana in tv sottratta all'auditel... Sogni o sei desto? Ma allora vorresti trasportare la logica del non-commerciale in televisione, dove il commerciale regna? Semmai la soluzione sono i nuovi modi di fruizione della televisione, come -perdonatemi l'eresia, ma lo faccio per brevità- mySky).
9) Si ritiri lo stato, avanzino i privati; per Baricco è normale e auspicabile... Non sarebbe più semplice agevolare i privati senza ritirare lo stato (che peraltro destina lo 0,16% del suo bilancio a queste attività)?
10) Tutto questo caos fa Baricco quando ci sono battaglie (io l'ho seguita nello scorso Governo Berlusconi) per mantenere la sopravvivenza con le unghie e con i denti della diversità culturale nel nostro paese! L'Italia spende lo 0,16% del suo bilancio nel FUS, la media europea è l'1,4%, ossia quasi dieci volte di più! E allora che Baricco vada a scandalizzarsi all'estero, magari si incateni contro il Festival di Avignone (danza per giorni e giorni: puah... Meglio un programma in prima serata di libri-magari di Baricco-magari condotto da Baricco).
11) Immaginiamo un Governo di centro-sinistra. Ministro alla Cultura Alessandro Baricco. Primo provvedimento: taglio totale del FUS e distribuzione di 180 milioni di euro alla scuola (spiccioli) e altrettanti alla Rai (spiccioli). Brrrrr... Nemmeno Bondi oserebbe tanto.
12) Non si interpreti questi punti come una difesa strenua del sistema di finanziamento pubblico (FUS e altro) al mondo dello spettacolo così come è. Ci sono numerosissimi vizi, troppi soldi sprecati, investimenti sbagliati, investimenti in settori che fanno poca cultura e tanto business (parte dell'arte contemporanea), clientelismi... Ma i problemi sono fatti per essere risolti, non per eliminare un'opportunità.
13) Non esiste La Soluzione, anche perché il mondo della Cultura e dello Spettacolo è (per fortuna!) vario, soggettivamente valutabile, appassionato e appassionante... Quindi non ci sarà mai un accordo comune e univoco. Ma è anche questo il bello. Esiste pero una Soluzione: investire con coraggio, sostenere le giovani risorse, riformare i programmi scolastici, portare intere classi a teatro fin dalle elementari (come da varie parti accade), tornare (questo è per i giornalisti) alla vecchia e buona pratica della critica (Vera)... E molte altre belle idee.
Dopo tutto questo, mi è venuta voglia di ricominciare a seguire questo settore, per quanto riguarda l'impostazione politica.

giovedì 12 febbraio 2009

"Un caffé macchiato freddo, per favore..." e ti ritrovi "l'imbevibile"

Premetto che sono un amante del caffé. E che ho una certa esperienza nei caffé presi nei bar.
Un caffé costa in media 0,85€. A San Gimignano, per ragioni quasi imperscrutabili (turismo? un segreto dazio a Pietrafitta?) costa 0,90€. E tant'è.
Nel nome della Santa Libera Concorrenza Capitalista tutti i bar di tutto San Gimignano (fanno eccezione gli ARCI, cui sono per buona ventura associato) praticano il medesimo prezzo. Sulla questione caffé sono profondamente neoliberista: la concorrenza dovrebbe essere una lotta senza quartiere. Davanti ai bar dovremmo veder scritto: "un caffé 0,80" e accanto "un caffé 0,75" e così via... In tal modo, il cliente avrebbe la libertà di scegliere contemperando i diversi fattori: vicinanza fisica ad un determinato bar (vale la pena fare cinquecento metri per risparmiare 5 centesimi?), la qualità del caffé (alcuni bar lo fanno veramente cattivo), l'ambiente in cui si prende il caffé, la clientela abituale, etc. Invece, sotto questo punto di vista, vige un grigiore sovietico e il caffé costa 0,90. Punto.
E non è solo una questione di prezzo, è una questione di correttezza professionale. Il costo di un caffé è il medesimo (a parte le differenze di qualità) per ciascun bar, ma ciascun bar ha diversi costi fissi da ammortizzare sul singolo caffé. Come è dunque possibile che ovunque il caffé costi uguale? (Lo so, ma faccio finta di non saperlo...).
Non si parli, inoltre, di promozioni o piccoli gesti gentili. Il caffé costa 0,90 e 0,90 è. Un carnet di caffé come sperimentato felicemente altrove, in cui guadagna il cliente (risparmia magari un caffé su dieci) e guadagna il bar (ammortizzando 9 miseri centesimi a caffé si tiene un cliente). Piccoli gesti gentili? Se ad un ristorante mangi un pasto completo, è molto probabile che il gestore elimini il caffé dal conto o l'amaro... Ad un bar, tendenzialmente, spendi quasi la medesima cifra che al ristorante per un pasto completo; eppure il caffé è il caffé. E quei novanta centesimi sono questione di vita o di morte.
Per non parlare del caffé doppio (due caffé nella stessa tazza). In varii posti ho riscontrato che il prezzo non viene semplicemente raddoppiato, ma c'è una piccola ammortizzazione del costo (0,90 il singolo, 1,50/1,60 il doppio). Qui no. Il doppio son due caffé, dunque 1,80€. Senza appello.
E che dire di piccoli accorgimenti, tipo i caffé speciali. C'è un bar a Siena dove hanno diversi caffé "speciali" (con panna e cioccolata bianca, ad esempio) e così è anche a Colle... Qui usa pochissimo. Senza fare grosse distinzioni o indagini, la mia questione è semplice. Un caffé speciale si può far pagare senza grossi problemi 1,20/1,50€. Gli ingredienti di aggiunta hanno un costo veramente irrisorio (mezzo quadratino di cioccolata bianca e una spruzzata di panna, nel caso di prima) e sono ammortizzati bene bene. Quindi su un caffé c'è un netto maggiore. Ed è un servizio al cliente. Perché no? Perché i novanta centesimi sono sacri. (Qualcuno si è adoperato in questo senso... Ma non basta).
La qualità del caffé. Per evitare un post troppo lungo, non stilo una classifica. Però posso dire che, pur essendo buona la media, ci sono situazioni in cui si spendono novanta centesimi per serrare i denti, ingoiare rumorosamente d'un fiato, prendere di corsa un bicchier d'acqua.
Infine, il latte freddo. Annosa questione. Io, a volte per fretta, a volte perché fa caldo, a volte perché mi va, prendo spesso il caffé macchiato al latte freddo. E qui viene lo scandalo. Alcuni bar, come è normale ovunque!, ti mettono un bricchino di latte freddo sul bancone alla tua richiesta. Tu dosi il latte e il gioco è fatto. In non pochi bar qui a San Gimignano il latte viene direttamente versato dal cartone nella tazzina. Una tragedia. Chi l'ha provato lo sa. Aggiungere troppo latte caldo ad un caffè non è un problema: di fatto diventa un cappuccino. Ma aggiungere troppo latte freddo significa dare luogo a quello che io chiamo "l'imbevibile". Provate per credere. A volte mi è capitato di trovarmi la tazzina colma. Il sapore è pessimo perché una cosa caldissima si mescola ad una freddissima e dà luogo ad una strana reazione per cui in bocca senti un sapore dannatamente fastidioso. Inoltre è lungo, quindi diventa quasi impossibile berlo d'un fiato. Se poi il caffé è cattivo... Al che dico: io ho fatto il conto che a San Gimignano lascio circa 985,5€ l'anno in caffé. Quando ho concluso questo conto mi sono veramente vergognato di me stesso... Quasi mille euro l'anno in caffé??? Ebbene si. Io tutti i giorni (tutti) prendo un caffé doppio, quindi la media è di due caffé al giorno. Un altro lo prendo o dopopranzo o nel pomeriggio, o ancora la sera (la sera rigorosamente Hag). La stima non è sbagliata, credetemi; anzi è probabilmente arrotondata per difetto (stamattina già spesi 3,60€ in caffé, quindi oltre la media; e un altro lo prenderò tra poco). E qui non conto le altre cose che prendo o i caffé che a volte mi trovo ad offrire. Solo il caffé.
Quasi mille euro l'anno e nemmeno il bricchino del latte freddo? Sto meditando uno sciopero generale.

giovedì 18 settembre 2008

Silenzio.

Silenzio.

venerdì 4 luglio 2008

Marie Curie, la sua morte, un discorso senza un capo, senza una coda, ma con un gran sole.

Sii meno curioso della gente, e più curioso delle idee.
Marie Curie
Il pettegolezzo e l'indagine cognitiva sono legati da un fattore importante: la curiosità propria dell'uomo. Tant'è vero che la conoscenza perde spesso di interesse quando è imposta (mai capitato di un libro imposto come lettura per un'estate che non siete riusciti a leggere, poi riletto nel giorno in cui non avreste mai pensato di leggerlo?).
Entrambe vogliono metodo: ci vuole metodo nel pettegolezzo (connessioni, relazioni, fonti...) e ci vuole metodo nella conoscenza. Forse, oggi, abbiamo abdicato la conoscenza al pettegolezzo. Con una leggerezza storica, con convinzione impressionante. E così "Gente", "chi", "oggi", fanno un gran vendere... E un gran mettere in mostra. Donne che più si spogliano e più sono famose e quindi più guadagnano (come biasimare poi la ragazzina quattordicenne che commercializza con i compagni di classe le proprie immagini discinte? Figlia dei propri padri).
E poi arriva un padrino del commerciale, del commercializzarsi, della commercializzazione (che nel frattempo è stato anche eletto presidente del Consiglio) a lanciare strali nel nome del privato e della privacy, facendo un bel mescolone tra il pettegolezzo (con chi era, dove era, cosa faceva, quale dolce ha mangiato, quanto ha sorriso) e L'INDEGNITA' MORALE (vedi intercettazioni), che diritto conoscere dal momento che un individuo sceglie la vita pubblica. Diritto se c'è rilevanza penale o civile, certo, ma pur sempre un diritto.
Mi sono perso. O forse ci siamo persi? O forse, ancora, più precisamente, non ci siamo mai trovati?

domenica 15 giugno 2008

Giornate troppo intense per ... tutto.

Giornate intense.
Scusatemi...
"Alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono "perché?" Io sogno le cose come non sono mai state e dico "perché no?"
Robert Kennedy.

giovedì 24 aprile 2008

Rivoluzione Culturale. Info. Stasera tutti al Politeama di Poggibonsi.

CELEBRAZIONE DELLA LIBERAZIONE GIOVEDI' 24 APRILE AL POLITEAMA
Un intenso programma di iniziative per celebrare l'anniversario della Liberazione. Si svolgerà giovedì 24 aprile al teatro Politeama di Poggibonsi una giornata promossa dal Comune di Poggibonsi, quest'anno capofila per sette comuni della Valdelsa - Barberino Val d'Elsa, Certaldo, Calstelfiorentino, Colle di Val d'Elsa, San Gimignano, Monteriggioni – nel celebrare il 25 aprile. Tante le iniziative previste con musica, teatro, letteratura e testimonianze, con protagonisti quali Bobo Rondelli, Cisco (ex Modena City Ramblers), Finaz della Bandabardò, Marco Vichi, Mimmo Franzinelli e tanti altri. Si comincia alle 16,45 con la proiezione, in collaborazione con l'Amministrazione Provinciale di Siena e con il Centro Pari Opportunità Valdelsa, del documentario “Boccioli di Rabbia (Viaggio in Afghanistan)” di Michela Guberti e con la presentazione del libro “La forza delle donne afgane” di Simona Cataldi (L’Autore Libri Firenze) alla presenza dell'autrice. Alle 18,30 si svolgerà invece “Avevo tanti sogni... - Ultime lettere di resistenti e deportati” a cura di Mimmo Franzinelli. Si tratta di una fonte autentica per ricostruire motivazioni, aspettative e valori di chi si oppose alla dittatura fascista e all'occupazione tedesca ed è costituita dai messaggi scritti ai familiari nell'imminenza della fucilazione o durante l'itinerario verso il Lager. Attraverso la lettura e l'interpretazione di alcune 'ultime lettere' è possibile risalire ai terribili eventi del 1943-45 e ricostruire le ragioni di una scelta ideale, la dimensione degli affetti familiari e il lascito morale del movimento partigiano. L'iniziativa è coordinata dallo storico Mimmo Franzinelli (curatore delle “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza”, ed. Oscar Mondadori). Le voci recitanti saranno quelle degli attori del Teatro delle Stanze diretto da Massimo Salvianti, con accompagnamento musicale di Piero Lauria (pianoforte elettrico) e Alessio Nacuzi (violino) Alle 19,55 presso il Politeama Caffé si svolgerà il 'Buffet Liberazione' (prezzo speciale 5 Euro) mentre alle 20.50 si aprirà la parte serale delle celebrazioni con il saluto e la consegna della bandiera della pace ai partecipanti alla marcia sui sentieri dei partigiani a cura dell’associazione Anthos. Alle 21 Mimmo Franzinelli presenterà “La sottile linea nera neofascismo e servizi segreti da piazza Fontana a piazza della Loggia” (Rizzoli) e alle 21.20 sarà la volta del concerto “Libertà va cercando” con Finaz della Bandabardò e Cisco (ex leader dei Modena City Ramblers). Alle 21.50 “Compagni di sangue” con Bobo Rondelli in una libera e imprevedibile avventura di musica e poesia e alle 22.55 Marco Vichi e Luca Scarlini presenteranno “Scusate se è poco” di Luciano Scarlini, narrazione dedicata a quanti credettero nella Resistenza. Alle 23.20 si svolgerà il concerto “We have a dream, may be more (than one)”, con Francesco Bearzatti (sassofoni e clarinetto), Mirko Guerrini (sassofoni), Raffaello Pareti (contrabbasso). Il concerto è una suite che celebra la resistenza del mondo dall'Argentina al Tibet, dalla Corea all'Africa con riferimenti alle musiche dei paesi coinvolti nelle guerre di liberazione del mondo.
fonte (sangiradio.net) qui