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domenica 10 gennaio 2010

Se.

fonte: www.repubblica.it

lunedì 6 luglio 2009

Il girasole

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

(Eugenio Montale; Ossi di Seppia)

giovedì 25 giugno 2009

Arsenio di Eugenio Montale

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.

E' il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso

Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

martedì 16 giugno 2009

De André: volta la carta!

C'e' una donna che semina il grano
volta la carta si vede il villano
il villano che zappa la terra
volta la carta viene la guerra
per la guerra non c'e' piu' soldati
a piedi scalzi son tutti scappati
Angiolina cammina cammina
sulle sue scarpette blu
carabiniere l'ha innamorata
volta la carta e lui non c'e' piu'
carabiniere l'ha innamorata
volta la carta e lui non c'e' piu'
C'è un bambino che sale un cancello
ruba ciliege e piume d'uccello
tira sassate non ha dolori
volta la carta c'e' il fante di cuori
Il fante di cuori
che e' un fuoco di paglia
volta la carta il gallo ti sveglia
Angiolina alle sei di mattina
s'intreccia i capelli
con foglie d'ortica
ha una collana di ossi di pesca
la gira tre volte in mezzo alle dita
ha una collana di ossi di pesca
la conta tre volte intorno alle dita
Mia madre ha un mulino
e un figlio infedele
gli inzucchera il naso
di torta di mele
Mia madre e il mulino
son nati ridendo
volta la carta c'e' un pilota biondo
Pilota biondo camicie di seta
cappello di volpe sorriso d'atleta
Angiolina seduta in cucina che piange
che mangia insalata di more
Ragazzo straniero
ha un disco d'orchestra
che gira veloce che parla d'amore
Ragazzo straniero
ha un disco d'orchestra
che gira che gira che parla d'amore
Madamadore' ha perso sei figlie
tra i bar del porto
e le sue meraviglie
Madamadore' se puzza di gatto
volta la carta e paga il riscatto
paga il riscatto
con le borse degli occhi
piene di foto di sogni interrotti
Angiolina ritaglia giornali
si veste da sposa canta vittoria
chiama i ricordi col loro nome
volta la carta
e finisce in gloria
chiama i ricordi col loro nome
volta la carta
e finisce in gloria.

giovedì 27 novembre 2008

Moriva oggi Orazio...

« Mentre parliamo sarà già fuggito l'invidioso tempo:cogli l'attimo,credi al domani quanto meno ti è possibile. »

martedì 23 settembre 2008

Rileggendo un grande poeta contemporaneo...

L'azzurro dell'azzurro dell'azzurro,
l'azzurro del mare, del cielo, del sussurro,
l'azzurro del vento, nell'aria azzurra

tra i rami verdi e chiari, fino a sera,
dove la vista opaca si fa vera
visione di bellezza che ci appaga, sì, Oscar,

tutto il senso che ci manca e ci consacra
all'essere che batte contro il nulla
il suo pennello intriso o la sua penna a sfera,

perché la notte sia meno nera.

Gianni D'Elia, da Bassa Stagione, 2003

sabato 20 settembre 2008

Lione-Fiorentina: una poesia...

Lione-Fiorentina è stata comunque una poesia. Una delle più belle da quando esiste la Fiorentina dei Della Valle: dolce e commovente nel primo tempo, con il colpo di scena (negativo per i viola) alla fine. Ha avuto un suono soave, due carezze al pallone di Gilardino, ha lasciato un po’ di amaro in bocca, vuoi per il modo in cui è arrivato il gol del Lione con Zauri a terra, vuoi per come la squadra di Prandelli si è fatta recuperare. E’ vero: con un po’ di cattiveria in più, si poteva portare a casa il risultato, probabilmente è solo mancata la furbizia necessaria nel momento di maggior difficoltà. Non lo sapremo mai. Quella, la poesia, resterà però nel cuore di tutti noi e nel cuore di tutti gli appassionati di calcio: vedere una Fiorentina così forte, così vivace, così pimpante ha fatto venire i brividi ai tifosi. Persino la maglia sembrava più viola del solito, con il giglio rosso di Firenze sul petto: persino i colori sembrano più chiari nella notte. Apparivano luminosi, la poesia non è solo qualcosa di scritto ma lascia spazio aperto alla fantasia, a chi non la può leggere ed allora si limita solamente ad ascoltarla. E a vedere com’è rappresentato il mondo, a dare una raffigurazione propria dei problemi, dei pensieri, della vita. Lione-Fiorentina aveva un significato troppo profondo per una partita di calcio, era quel qualcosa in più che solo i tifosi viola – quelli più fedeli – hanno colto: un modo di riunirsi tutti insieme per novanta minuti, un modo di immaginare una grande vittoria, una sublime prestazione. Forse la fine della poesia l’avranno in mente loro, i calciatori: magari sarà nella testa di tutti loro, i tifosi. Forse i due epiloghi saranno uguali, con una grande festa al centro del campo per festeggiare qualcosa di inimmaginabile: ci saranno gli uomini di oggi, Prandelli e i Della Valle. Ci saranno i palloncini viola. Ci sarà la solita Firenze. Non sappiamo quando, ma accadrà. Questo è solo l’inizio della poesia...
Di Niccolò Gramigni da www.violanews.com
complimenti all'autore, che qui riporto perché...mi ha fatto venire qualche brivido... viola.

giovedì 24 luglio 2008

Istanti

Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.

Jorge Luis Borges

domenica 13 luglio 2008

Ferengi

"Soprattutto sono gli incubi. Li sente arrivare perché hanno un suono che li annuncia, ed è quello del silenzio improvviso che c'è prima di un temporale. Un silenzio sospeso, che riempie le orecchie e strazia i nervi nell'attesa del rumore che verrà.
Il rumore è un urlo aggrovigliato come il miagolio di un gatto".

Lucarelli, col suo piccolo racconto "Ferengi", ci consegna uno scrigno denso di sentori e sentimenti, attimi e prospettive, e ci fa volare di parola in parola nelle più diverse parti della nostra memoria o del nostro sentimento.
E' un racconto così: che ti trascina dalla sabbia incandescente ad un ricordo poetico, dalla rabbia alla comprensione, dall'eutanasia all'entusiasmo, dall'avventura alla tristezza... E tutto tramite un piccolissimo album che te lo puoi vedere in mano, come fosse accanto a te, davanti a te, durante la breve lettura.
E in tutto questo Aster, la ragazza. E in tutto questo storie di finti eroismi, di palesi tradimenti, di versi abbandonati, di lingue e corazze, viaggi e sonnolenze, vecchiaia e dolore.
Può anche sembrare strano che in pochissime piccolissime paginette di un piccolissimo libro si possano addensare, nel quadro di una semplice storia gialla (che proprio gialla poi non è), tale miriade di aspetti. Eppure è così.
Senza volervi svelare nulla, ve ne consiglio la lettura... Con qualche verso di un autore molto famoso, che poi capirete perché...

"La morte, raggiungila con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo e tutti i peccati capitali".

giovedì 10 luglio 2008

Chi sta salvando il mondo?

questo passaggio mi piace, quindi ve lo ripropongo...
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffé del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Borges (posto all'inizio di "Senza Patricio" di Walter Veltroni)

lunedì 2 giugno 2008

Festa della Repubblica

2 Giugno
Festa della Repubblica
"Piangi, che ben hai donde, Italia mia"
Giacomo Leopardi

venerdì 9 maggio 2008

Oggi moriva Peppino Impastato.

Il 9 Maggio 1978
Un simbolo della lotta contro la Mafia.
Ucciso durante la campagna elettorale per le comunali.
Ucciso perché scomodo, coraggioso.
Ucciso sui binari. Con una carica.
Pochi giorni dopo la sua morte,
fu eletto al Consiglio Comunale.

Una sua poesia...

"Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo,
nè il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita".

mercoledì 30 aprile 2008

martedì 29 aprile 2008

POESIA

Hans Magnus Enzensberger

Metrò di Piazza Wittenberg

Quelli che sulle scale mobili
ti scendono incontro, giù
nell’Ade quotidiano, il vecchio
assorto nella scontrosità del suo cuore,
la donna avvilita
mormorante tra sé qualcosa d’amaro:
entrambi, pervasi d’entusiasmo
un tempo, chissà quando, furono svagati,
fuori di sé, raggianti
di baldanza, oppure no?
Com’è successo? Da quando? E perché?
Fuori, ormai, anche la neve si è ridotta
a fanghiglia.

Traduzione di Gio Batta Bucciol

lunedì 21 aprile 2008

"Odio gli indifferenti..."

"Odio gli indifferenti
perchè mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti.
Domando conto di ognuno di essi
come ha svolto il compito
che la vita gli ha posto
e gli pone quotidianamente,
di ciò che ha fatto
e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile
di non dover sprecare la mia pietà,
di non dover spartire con loro
le mie lacrime...
Vivo. Sono partigiano.
Perciò odio chi non parteggia,
odio gli indifferenti."
Antonio Gramsci, (Scritti giovanili)
Grazie a Viola per avercelo ricordato...

martedì 8 aprile 2008

Eugenio Montale: perché serve. Sempre. Tanto.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se na va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra a uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

(Non chiederci la parola, in Ossi di seppia, 1925, Eugenio Montale)

lunedì 24 marzo 2008

Tre Madri, Fabrizio De André...

TRE MADRI
Madre di Tito:
"Tito, non sei figlio di Dio,
ma c'è chi muore nel dirti addio".


Madre di Dimaco:
"Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre".


Le due madri:
"Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l'immagine d'un'agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po' più forte,
chi non risorgerà più dalla morte".


Madre di Gesù:
"Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.

Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama - Nostro Signore -,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.

Non fossi stato figlio di Dio
t'avrei ancora per figlio mio".

domenica 23 marzo 2008

Per Pasqua... Via della Croce, Fabrizio De André

di Fabrizio De Andrè
“Poterti smembrare coi denti e le mani,

sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav’uomo di nome Pilato.”
Ben più della morte che oggi ti vuole,

t’uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode per te trucidati.

Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi;
trent’anni hanno atteso col fegato in mano,
i rantoli d’un ciarlatano.

Si muovono curve le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa;
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore
ma filtra dai veli il dolore:
fedeli umiliate da un credo inumano
che le volle schiave già prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò a Maddalena,
di chi con un gesto soltanto fraterno
una nuova indulgenza insegnò al Padreterno,
e guardano in alto, trafitti dal sole,
gli spasimi d’un redentore.

Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti:
“A redimere il mondo” gli serve pensare,
il tuo sangue può certo bastare.
La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.
Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Han volti distesi, già inclini al perdono,
ormai che han veduto il tuo sangue di uomo
fregiarti le membra di rivoli viola,
incapace di nuocere ancora.
Il potere vestito d’umana sembianza,
ormai ti considera morto abbastanza
e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni
degli umili, degli straccioni.

Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti a esibire un dolore
che alla via della croce ha proibito l’ingresso
a chi ti ama come se stesso.
Sono pallidi al volto, scavati al torace,
non hanno la faccia di chi si compiace
dei gesti che ormai ti propone il dolore,
eppure hanno un posto d’onore.
Non hanno negli occhi scintille di pena.
Non sono stupiti a vederti la schiena
piegata dal legno che a stento trascini,
eppure ti stanno vicini.

Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morir sulla croce anche loro,
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo, son solo due ladri.

martedì 18 marzo 2008

Nell'anniversario di Mallarmé


Apparizione
La luna s'attristava. Serafini piangenti,
L'archetto alzato, in sogno, dalle viole morenti
Traevan, nella calma di vaporosi fiori,
Bianchi singhiozzi a petali dagli azzurri pallori.
- Era quel santo giorno del nostro primo bacio.
La fantasia, martirio cui da sempre soggiaccio,
S'inebriava sapiente al profumo di tristezza
Che pur senza rimpianto lascia e senza amarezza
La vendemmia d'un sogno al cuore che l'ha colto.
Dunque erravo, alle vecchie pietre l'occhio raccolto,
Quando per via, col sole sui capelli splendente,
E nella sera, tu m'apparisti ridente,
Ed io vidi la fata dal cappuccio di luce
Che un tempo sui miei sonni di fanciullo felice
Già passava, lasciando, dalle sue mani belle,
Nevicar bianchi fiori di profumate stelle.
Brezza marina
Come è triste la carne... E ho letto tutti i libri!
Fuggire! Laggiù fuggire! Ho udito il canto degli uccelli ebbri
d'essere tra l'ignota schiuma e i cieli.
Nulla, neppure gli antichi giardini riflessi negli occhi,
Potrà Trattenere il mio cuore che si immerge nel mare.
O notti! Neppure il deserto chiarore della mia lampada
Sul foglio ancora intatto, difeso dal suo candore,
E neppure la giovane donna che nutre il suo bambino.
Partirò! Nave che culli le tue vele
Leva l'ancora verso un'esotica natura!
Una Noia crede ancora, desolata da speranze crudeli,
ai fazzoletti agitati nell'ultimo addio.
E forse gli alberi che attirano la tempesta
il vento farà inclinare sui naufragi
Perduti, senz'alberi, lontani da fertili isole...
Ma ascolta, mio cuore mio, il canto dei marinai!

mercoledì 12 marzo 2008

Tre pensieri di Leopardi...

Sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina.
Chi non ha uno scopo non prova quasi mai diletto in nessuna operazione.
È curioso a vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito.